Le ragioni (laiche e politiche) perché la Turchia resti fuori dall’Unione Europea

Dopo l’«avvertimento» di Erdogan a papa Francesco sul genocidio armeno, il Corriere della Sera ospita un commento esplicito del prodiano Ricardo Franco Levi

Turkish Prime minister Recep Tayyip Erdogan at the EU Parliament

Dopo le parole chiarissime di papa Francesco sul «genocidio degli armeni» e la dura reazione diplomatica e politica del presidente turco Erdogan, il Corriere della Sera ospita oggi un intervento sorprendentemente esplicito contro l’ipotesi di un futuro ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Un commento significativo non solo perché è firmato da Ricardo Franco Levi, giornalista ed ex deputato del Pd da sempre vicinissimo a Romano Prodi (di cui è stato prima portavoce a Bruxelles e poi sottosegretario a Roma), dunque difficilmente sospettabile di ostilità preconcetta verso l’allargamento del club, ma anche perché intende fornire «ragioni interamente e profondamente laiche e politiche» per dire «basta illusioni», Ankara «deve restare fuori dalla Ue».

IMPEGNI PRESI ALLA LEGGERA. Levi ripercorre la «lunga storia quella dell’avvicinamento della Turchia all’Europa», iniziata addirittura nel 1959, per ricordare che «la realtà, la dura realtà» è che i recenti passi avanti compiuti in quel processo (nel 2005 Ankara ha visto ufficialmente riconosciuto da Bruxelles il suo status di paese candidato all’ingresso nell’Unione) appartengono a una fase particolare dell’Europa. All’epoca, scrive il collaboratore di Prodi, «finiva una lunga stagione nella quale i governi europei, un po’ trattando i turchi come “figli di un dio minore”, un po’ concedendosi lo spensierato lusso di promesse poste nel grembo di un futuro che immaginavano lontanissimo, avevano preso impegni senza realmente pensare di doverli poi mantenere».

BASTA TIMIDEZZA. Adesso però, continua Levi, è giunta l’ora di fare i «conti veri» e di abbandonare la «straordinaria timidezza» dimostrata per esempio da governo Renzi davanti «all’”avvertimento” lanciato ieri da Erdogan al pontefice». Da una parte, infatti, col tempo, l’Europa stessa ha preso «progressivamente coscienza del fatto che una Turchia membro dell’Unione, in base al proprio reddito pro capite e alla propria popolazione, avrebbe ricevuto più aiuti regionali e avuto più seggi nel Parlamento europeo di qualsiasi altro Paese». E d’altra parte sono ormai superate anche le dispute circa la possibilità o meno che la Turchia diventi il “ponte tra l’Europa e l’islam”.

AMBIZIONI INCONTROLLABILI. Spiega Levi: «È ora di dire apertamente che la Turchia non può entrare nell’Unione europea e che le ragioni di questa impossibilità sono interamente e profondamente laiche e politiche. La Turchia è e si sente ormai una grande potenza regionale che, come tale, non può accettare di contenere le proprie aspirazioni e ambizioni nel quadro definito dagli interessi condivisi dei Paesi europei e non può, per questo, in alcun modo essere assimilata a un semplice Paese membro dell’Unione». Si potranno e si dovranno trovare con Ankara le «forme» adatte a conservare «un rapporto importante e ricco di contenuti». Tale rapporto, però, dovrà essere per forza «diverso dalla partecipazione all’Unione». E probabilmente lo scontro sul genocidio degli armeni renderà tutto «più chiaro e semplice».

Foto Ansa