Le due lezioni di Bucarest

editoriale

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Il fine settimana che è alle nostre spalle ha visto accadere un avvenimento di portata storica: per la prima volta dopo lo scisma del 1054 un vescovo di Roma è stato gradito ospite di una Chiesa di rito orientale in un paese a maggioranza ortodossa, la Romania. Non avevano avuto queste caratteristiche l’incontro fra Paolo VI e il patriarca Atenagora a Gerusalemme nel 1964, né la visita di Giovanni Paolo II al patriarca di Costantinopoli nel 1978, allorchè l’automobile del Papa era sfilata per le vie deserte di Istanbul. Stavolta l’incontro è stato solenne e di alto profilo, costellato di gesti simbolicamente impegnativi come la partecipazione del Papa alla Messa bizantina e l’inedito messaggio congiunto di Giovanni Paolo II e del patriarca Teoctis contro le violenze e per la pace nei Balcani.

Nessuno è rimasto indenne al fascino di un appuntamento storico fra cattolici e ortodossi che si compiva proprio nel momento apparentemente più inopportuno: nei giorni di una guerra spietata che mette di fronte, fra gli altri, stati nazionali in cui sono presenti queste tradizioni religiose e, più in generale, i due mondi culturali che sono nati da quelle due identità religiose. Ma passato il primo momento di stupore la notizia è rotolata nei tagli bassi delle prime pagine o in quelle interne. In fondo, hanno pensato tanti, la divisione e la differenza fra cattolici e ortodossi, fra Oriente e Occidente, fra slavi e latini, è una vecchia storia che viene dal passato, e non saranno due uomini vestiti di bianco a ricomporla; tanto meno saranno loro, profeti inermi, a condizionare gli eventi bellici e far tacere le armi nei Balcani, decisione che è nelle mani dei potenti. Risuona ancora beffardo l’ironico interrogativo di Stalin: “Quante divisioni ha il Papa?”.

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