Last week, next week 43

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Antonio Maccanico Antonio Maccanico di tutti gli “azionisti” (anche se lui originariamente è un ex comunista) che hanno solcato le scene della politica, della cultura e della finanza italiana, è da sempre il più aperto al confronto. E quindi gli è facile diventare il punto di riferimento per quel riposizionamento che l’importante tendenza politico-culturale azionista sta tentando nella società italiana. All’inizio degli anni ’90 la “tendenza azionista” fu quella che espresse il maggiore radicalismo nell’esigenza di rompere, in modi brutali e unilaterali, con la cosiddetta “Prima repubblica”. Fu questa “tendenza” quella che coprì culturalmente ripetute imprese di sommario giustizialismo. Oggi, però, è proprio da questa “tendenza” che viene, in modi più convincenti che dalla sinistra Dc e dai postcomunisti, l’invito a superare la lacerazione prodotta. D’altra parte sono “i capi” quelli che trattano la fine di una guerra. Tutto ciò avviene anche perché al Quirinale c’è un uomo saggio, umano ed esperto come Carlo Azeglio Ciampi. Intorno a lui si raduna un “partito”, di idee però non di intrighi come quelli di alcuni suoi predecessori. Di questo “partito ideale” il segretario è proprio Maccanico.

D’Alema/Berlinguer Luigi Berlinguer e Massimo D’Alema quando dicono: “Da quando ci siamo noi si è finalmente potuto mettere mano a importanti riforme della scuola” si comportano come due rapinatori di una banca, diventati direttori della stessa, che dicessero: “Da quando ci siamo noi non si rapinano più banche”. Berlinguer tra gli anni Sessanta a Settanta fu uno degli intellettuali che contribuirono a definire la piattaforma ideologica che fu punto di riferimento per un blocco corporativo-estremistico di studenti e insegnanti e non consentì nessuna vera riforma dagli anni ’70 a quelli ’90. Lo stesso D’Alema come segretario di una Fgci che aprì al movimento del ’77 diede il suo bel contributo alla paralisi: condito successivamente da immancabili applausi per le varie “pantere”. Alla fine degli anni ’80 Berlinguer venne chiamato, come rettore dell’Università di Siena, a dare una mano per sbloccare la riforma che lui e altri ideologi estremisti avevano bloccato. Da quel ruolo tecnico non poteva farcela. Berlinguer e D’Alema poi, qualcosa, nel campo dell’istruzione, hanno fatto. Dovrebbero, però, quando alludono all’impotenza dei loro predecessori (tra i quali qualche ministro dell’attuale governo) arrossire un po’.

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