L’antieropeismo del Pci

Domenica si vota per il parlamento di Strasburgo. Ma pochi ricordano che, come ha ammesso anche D’Alema, la sinistra comunista italiana piuttosto che nella comunità politica europea avrebbe preferito vedere il nostro paese nella comunità sovietica staliniana

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Il 10 luglio 1948 Palmiro Togliatti in uno dei tanti discorsi che lo videro impegnato contro l’americano “Piano Marshall” non mancò di tessere ostentati elogi ai paesi dell’Est europeo, considerata l’unica parte del continente ad aver superato la grave crisi che aveva fatto crollare il capitalismo occidentale. Il “Migliore”, nel suo inno all’Est Europeo, dichiara che quei paesi nonostante una durissima guerra avevano dimostrato “di avere una struttura organica capace di resistere a quella prova cui non hanno resistito le strutture dell’Europa capitalistica”, mentre il capitalismo europeo era crollato, con la conseguenza che i popoli occidentali stavano finendo tra le fauci impietose degli Stati Uniti d’America.In forza di questo giudizio il comunismo italiano manterrà le dovute distanze da qualsiasi iniziativa del mondo occidentale e così non sarà mai tra i fautori dell’unità europea, anzi la contrasterà senza mezzi termini. Infatti l’idea dell’unità dell’Europa prenderà forma in tutt’altri in ambiti di quelli comunisti. L’importanza di creare un’Europa unita viene a più riprese sostenuta da statisti cattolici come il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer e l’italiano Alcide De Gasperi, o politici socialisti come Leon Blum (francese) e Paul Henri Spaak (belga): non c’è traccia di comunista tra i fautori di questo progetto che intendeva dare al continente un futuro pacifico e socialmente dignitoso.

Del resto uno dei leader del post-comunismo ha recentemente riconosciuto che il tema dell’Europa non è stato uno dei cavalli di battaglia della sinistra italiana. Massimo D’Alema, in un discorso pronunciato autorevolmente ad Orvieto il 31 ottobre 1998, durante il Seminario della Fondazione Italiani-europei dedicato al tema “I riformisti al governo dell’Europa”, ha per l’appunto dichiarato che “Il tema dell’unità europea non è stato tradizionalmente della sinistra; è nato storicamente sotto un altro segno. La sinistra, semmai, ha visto per lungo tempo con diffidenza il processo di integrazione; l’ha percepito come una minaccia potenziale rispetto a quei compromessi sociali nazionali e a quel potere dello Stato-nazione cui essa è stata a lungo legata e che ha a lungo considerato quali baluardi nei confronti di un capitalismo senza regole, e garanzia ultima dell’affermazione dei diritti sociali”. Come mai questa distanza del comunismo italiano dalle origini dell’Europa? Il motivo è molto semplice: quando nasceva l’ideale dell’Europa unita, il Pci coltivava un’idea precisa, quella di consegnare la penisola a Stalin, creando un cuneo in Occidente così che quel modello innovatore penetrasse da lì in tutta Europa. Del resto non sarà un caso che nel giugno del 1947 al Cominform, organo di collegamento tra i partiti comunisti, ligia riedizione del Comintern, nel quale Togliatti non era stato certo comprimario, solo italiani e francesi tra i partiti comunisti europei erano stati invitati a parteciparvi e che dopo questa dotta assise l’azione rivoluzionaria ebbe un’escalation impressionante. I comunisti italiani un progetto l’avevano e non era certo l’unità europea di cui parlavano i cattolici Schuman, Adenauer e De Gasperi, da loro considerati schiavi del capitalismo americano: il loro progetto rimaneva l’internazionalizzazione del comunismo, il cui faro rimaneva uno solo: Giuseppe Stalin. Poi Kruscev obbligò Togliatti e compagni a remare a malincuore verso il disgelo: ci volle Berlinguer, l’Enrico, a europizzare il partito, anche se il timbro era sempre quello antico e ciò che cambiava era solo la strategia. Ai nostri giorni chi può non dirsi europeo? Solo suona un po’ strano che chi l’Europa non l’ha mai voluta, oggi se la mette all’occhiello. Se non fosse stato per quell’onestà oratoriana di D’Alema, forse nessuno se ne sarebbe accorto.

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