Lacrime, fughe e immancabili medaglie: Mou prepara l’addio in grande stile?

Conteso tra Londra e Milano, lui smorza le voci ma aumenta il clamore. Come sempre lo Special One gioca coi media e si costruisce il trampolino per fare il salto. Ma ora gli serve una grande vittoria.

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Se ieri i milioni di Abramovich lo spingevano al Chelsea, oggi la telefonata di Moratti lo tira prepotentemente per la giacca verso Milano. Lo rivela la Gazzetta di oggi, proseguendo col tormentone che lo stesso Profeta di Setubal ha inaugurato annunciando un suo possibile “ritorno” verso qualche lido che già lo ha visto protagonista nel corso della sua ricchissima carriera. La voglia e la stima c’è da entrambe le parti, mancano le palanche (ma forse il presidente nerazzurro potrebbe aprire la società ad un socio, con cui sostenere il pesante impegno economico che può essere il contratto di Mou) e i londinesi sarebbero comunque in vantaggio, forti anche della qualificazione alla Champions 2013-14, più probabile per loro che per i nerazzurri. Ma un sogno in casa Inter vale la pena farlo.

AL PORTO PRESE LA MEDAGLIA E VIA. Ma lo Special One ha voluto frenare di botto ieri: «Chelsea e Inter sono nel mio cuore, ma fino alla fine della stagione penso solo al Real Madrid», smorzava ai microfoni di Sky-England. Parole in pieno stile mourinhiano, di rado diretto e lampante quando la sua storia calcistica lo ha portato a parlare del suo futuro. Tra le sue doti Mou ha quella di saper tenere i giornalisti in scacco a meraviglia, catalizzare l’attenzione su di sé e sulle sue mosse, per poi andare incontro ad addii in grande stile. Il primo che si ricorda è quello al Porto, nel 2004: di un passaggio al Chelsea si parlava da tempo ma la certezza non c’era ancora. Questa arrivò dopo la premiazione a Gelsenkirchen, alla fine della finale di Champions vinta sul Monaco: prese la medaglia e corse negli spogliatoi, lasciando presagire una rottura, triste tanto per lui quanto per la squadra lusitana (in seguito disse di essere fuggito perché infastidito dalle minacce di morte di alcuni tifosi, che avvertivano vicina la sua partenza).

LE LACRIME DEL BERNABEU. Le sue dimissioni da manager del Chelsea poi, anno 2007, non furono certo un fulmine a ciel sereno, ma lasciarono sbigottiti per la rapidità con cui liquidò Abramovich: i risultati in campionato erano singhiozzanti ma non terribili, a far traboccare il vaso fu il pareggio casalingo col Rosenborg, defiance che mise alle strette il rapporto tra tecnico e dirigenza, oggi riconvertitasi al mourinhanesimo e pronta a far follie pur di riportarlo a Stamford Bridge.
Stesso discorso dell’Inter, dove le lacrime versate a Siena, campo di battaglia dello Scudetto, e ancor di più al Bernabeu, dove i nerazzurri alzarono la Champions, sono immagini limpide difficili da rimuovere dalla testa. Lì a precedere l’addio era stato un tira e molla costante, scongiurato in casa nerazzurra dove ci si aggrappava alle dichiarazioni d’amore del lusitano ma alimentato dal tam-tam mediatico italo-spagnolo. Mourinho fu bravo a tenere tutto sotto traccia per non destabilizzare l’ambiente nel momento più importante della sua storia (in tre settimane si giocarono e vinsero tre coppe) per poi uscirsene dalla porta principale con la corona in testa, annunciando che se ne sarebbe andato proprio appena dopo la vittoria di Champions sul Bayern.

MA GLI SERVE LA CHAMPIONS. L’eterno inseguimento mediatico che le sue parole stanno avendo può essere letto in questa chiave: lo Special One si diverte a costruire il trampolino da cui lanciarsi dopo la fine del suo rapporto di lavoro col Real, che sembra certo. Ma un grande salto che si rispetti in pieno stile mourinhano ha bisogno di vette elevate per lasciare nel migliore dei modi tifosi e società, sedotti e abbandonati. Al Porto fu la Champions, al Chelsea il ritorno allo scudetto dopo cinquant’anni, all’Inter il triplete. Sarà in grado di andarsene da vincitore anche dal Real, con una Champions in più in saccoccia?

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