La verità dei numeri sulle unioni civili

Il principio maggioritario non è di per sé garanzia di giustizia, poiché potrebbe risolversi, come nel caso delle unioni civili, in una dinamica contro la verità fondativa dell’essere umano

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Stando a quanto riportano ed hanno riportato tutte le testate giornalistiche nazionali la maggior parte degli italiani sarebbe favorevole alle unioni civili (sia tra persone di sesso diverso che tra quelle del medesimo) e perfino alla omogenitorialità tramite la stepchild adoption.

Esperti, studiosi, sociologi ripetono in continuazione la preponderanza di questi dati che proverebbero in modo inoppugnabile il favore della stragrande maggioranza degli italiani per le unioni civili e tutto ciò che ad esse è connesso.

Certo è, però, che vi sono numerosissimi altri sondaggi in cui la tendenza sembra opposta, come rilevato dal quotidiano L’Unione sarda dello scorso 28 gennaio per il quale il 52 per cento dei votanti si è espresso in modo contrario alle unioni civili; sul quotidiano telematico Leggo, almeno fino al momento in cui si sono scritte le presenti riflessioni, un sondaggio rivela che il 52,6 per cento dei votanti è contrario sia alle unioni civili che alle adozioni per persone del medesimo sesso; su la Gazzetta di Parma addirittura la contrarietà alla omogenitorialità tramite stepchild adoption cresce addirittura fino al 70.

I risultati più sorprendenti, tuttavia, sono quelli derivanti dai progressisti lettori de “Il fatto quotidiano” che su un ampio campione di più di diecimila votanti, rivelano che ben oltre il 63 per cento è contrario alle unioni civili estese alle persone del medesimo sesso.

Insomma, dopo aver appreso che le famiglie arcobaleno, lo scorso 23 gennaio, hanno sfiorato appena il 10 per cento (cioè circa centomila unità) di quel milione di presenze abusivamente sbandierato, girovagando per la rete i dati dei vari, e più veri, sondaggi sembrano smentire clamorosamente quella presunta maggioranza di italiani favorevole alle unioni civili.

Tutto ciò premesso, occorre anche riconoscere un elemento ben più importante: a prescindere dai sondaggi, ufficiali o ufficiosi, affidabili o inaffidabili, favorevoli o contrari alle unioni civili, la verità è sempre ulteriore rispetto ai numeri che la condensano o la contrastano.

Ciò che è in ballo con le unioni civili, infatti, non è riducibile ai meri numeri, come si vuol far credere da parte di chi le sostiene, in quanto non è in gioco una verità matematica, ma una verità biologica, antropologica, giuridica e morale, che, come tale, è sempre non comprimibile nel mero dato statistico con cui la si vuole rappresentare.

Vladimir Soloviev, non a caso, ha acutamente riconosciuto che «le verità matematiche hanno un significato universale, ma riescono indifferenti dal punto di vista morale».

La logica del sondaggio e della maggioranza, infatti, essendo puramente matematica, cioè quantitativa, non è assolutamente adottabile nel caso delle unioni civili le quali, essendo un problema di carattere giuridico riguardante le persone, non possono che essere affrontate secondo una logica qualitativa.

In questa prospettiva non può che ritenersi, appunto, che il consenso della maggioranza, in un senso o nell’altro, per questo tema e per ogni altro, non rileva ai fini della risoluzione del problema, poiché la logica statistica si basa sulla mera ricognizione numerica di una dimensione soggettiva, con la negazione dell’unica effettiva dimensione rilevante, cioè la dimensione oggettiva, ovvero quella della verità in sé e per sé considerata.

Il principio maggioritario non è di per sé garanzia di giustizia, poiché potrebbe risolversi, come nel caso delle unioni civili, in una dinamica contro la verità fondativa dell’essere umano (dinamica che nel caso delle unioni civili si estrinseca con la equiparazione di diversi tipi di unione alla famiglia come società naturale fondata sull’unione di uomo e donna nel matrimonio monogamico).

In fondo, la storia è piena di casi in cui il semplice consenso democratico e maggioritario non ha condotto alla effettiva giustizia in quanto si è determinato nella sua sostanza contro la verità. Su tutti gli esempi possibili si pensi alle leggi di Norimberga che furono regolarmente e formalmente approvate a maggioranza secondo valide procedure parlamentari, ma sostanzialmente opposte alla giustizia poiché contrarie alla verità ontologica circa l’essere umano dei malcapitati che vi sono incorsi.

Di più.

Ricorrere al mero principio quantitativo della maggioranza, elidendo la dimensione qualitativa e fondativa della realtà, ovvero la verità, censurando l’idea che solo l’unione di uomo e donna rappresenta la struttura elementare biologica, antropologica e spirituale per la costituzione della famiglia, significa risolversi, in buona sostanza, per la negazione della verità medesima.

Il problema non è, tuttavia, puramente teorico, ma molto più concreto di ciò che i più sprovveduti possano ritenere.

La storia, infatti, insegna che ogni qual volta viene negata la verità, la coesistenza umana si trasforma in un regime liberticida, in cui prevale soltanto la legge del più forte, come nel caso delle dittature novecentesche, o della maggioranza (dei più forti), come nel caso delle “anetiche” democrazie occidentali odierne.

Ecco, in conclusione, in che senso Nikolaj Berdjaev ha potuto così giustamente puntualizzare: «Nel principio democratico non c’è alcuna garanzia che la sua realizzazione non abbassi il livello qualitativo dell’esistenza umana e non distrugga i valori più preziosi. Se credeste all’esistenza oggettiva della giustizia e della verità, dovreste metterle al di sopra della volontà del popolo e ad esse sottomettere la volontà del popolo. Chi è senza certezze, svuotato, sradicato dalle fonti ontologiche dell’esistenza, deve ricorrere alle decisioni della maggioranza, ai criteri di quantità. Il regno della vostra democrazia, senz’anima e materialista, è il regno del più terribile dei Leviatani, il mostro con milioni di teste».


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