La velocità distruttiva non si cura con la lentezza ma con la contemplazione

L’appello alla lentezza fallisce perché non mette in discussione le ragioni che stanno dietro l’accelerazione.

Santa pazienza, il principio di non contraddizione non lo conoscono più! Repubblica del 5 gennaio annuncia trionfale che grazie al Covid-19 «la natura si è ripresa i suoi spazi». Da New York a Venezia all’India l’acqua è meno torbida e l’aria è più pulita grazie al rallentamento delle attività umane: meno traffico, meno produzione manifatturiera, meno pesca. Lo certificano studi internazionali. Eppure appena tre giorni prima la stessa Repubblica si era lamentata delle conseguenze della Brexit negative per l’economia: la mancanza di code di camion da e per la Manica era solo «la quiete prima della tempesta» perché con la ripresa delle attività dopo le feste «un aumento esponenziale degli adempimenti burocratici investirà la frontiera». Ci si rallegra se a causa della pandemia la produzione di merci e le attività economiche in generale rallentano, perché ne deriva un beneficio per l’ambiente, ma allo stesso tempo ci si lamenta perché la Brexit provocherà un rallentamento degli scambi commerciali che inciderà negativamente sulla crescita del Pil dei paesi della Ue. Ragazzi, decidetevi: volete meno inquinamento o volete più crescita economica? Oggi come oggi non potete avere tutte e due le cose insieme, e rischiate di assomigliare a quegli adolescenti che bigiano la scuola per manifestare ai Venerdì per il Futuro, ma non possono fare a meno di passare da un cellulare all’altro, di rincorrere gli abiti alla moda e prenotare voli low-cost per le vacanze all’estero.

Invocare il rallentamento

La contraddizione di Repubblica (comune a molta intelligentsia ed endemica a livello di mondo politico) stimola un’altra osservazione. Oggi tutti fanno l’elogio della lentezza: quella che una volta era una fissa controcorrente di letterati come Marcel Proust o di filosofi come Martin Heidegger è diventata la parola d’ordine di agguerrite avanguardie sociali (si pensi a realtà come Slow Food o a multinazionali dell’ecologismo del tipo di Greenpeace) e di guru della cultura popolare. Passando per neuroscienziati come Lamberto Maffei (il suo Elogio della lentezza scritto sette anni fa spiega che il cervello umano non è fatto per la frenesia visiva e cognitiva a cui oggi viene costretto) e polemisti come Alain Finkielkraut. Eppure il rallentamento delle attività umane su larga scala, cosa ben diversa da quello simbolico ed elitario realizzato dalle avanguardie e propugnato dagli intellettuali, è stato la conseguenza non intenzionale di provvedimenti assunti per contrastare il diffondersi del contagio da coronavirus. Nel frattempo si mettono a punto tecnologie informatiche sempre più veloci, si producono vaccini in tempi dieci volte più rapidi di prima, si lasciano da parte gli argomenti sullo Stato di diritto (quelli valgono solo per i governi cristiano-conservatori di piccoli paesi mitteleuropei) per firmare accordi col paese più autoritario e carcerario del mondo allo scopo di incrementare i flussi degli investimenti. Ray Kurzweil, il profeta dell’intelligenza artificiale, del transumanesimo e della singolarità tecnologica, annuncia trionfante: «Un processo evoluzionistico, e sia la biologia che la tecnologia sono processi evoluzionistici, nel tempo accelera». Intellettuali, avanguardie e popoli intuiscono lucidamente o confusamente che tutto questo è distruttivo, che la crescita illimitata camuffata da “green economy” prosegue la distruzione delle risorse ambientali e la crescita tecnologica esponenziale comporta l’estinzione dell’uomo come tale  (sempre Kurzweil: «Ci fonderemo con la nostra tecnologia»). Ma tutto quello che riescono a fare è invocare il rallentamento, che le rare volte in cui viene attuato non si verifica per una scelta consapevole, ma solo come conseguenza di una strategia di emergenza di fronte a una crisi sanitaria.

Godiamocela più che possiamo

L’appello alla lentezza fallisce perché non mette in discussione le ragioni che stanno dietro l’accelerazione. Perché si corre sempre di più, e così facendo si corre incontro al disastro antropologico e ambientale? Che idea della realtà e del tempo c’è dietro la frenesia di chi non smette di premere sull’acceleratore? Certamente c’è un’idea epicurea della vita, risultato dell’ateismo di chi non spera più nella possibilità di una vita eterna: siccome questa è l’unica vita che abbiamo, godiamocela più che possiamo, e “più che possiamo” significa espandere il tempo a nostra disposizione grazie alla velocità, che permette di fare più cose nella stessa unità di tempo. Un altro motivo del culto dell’accelerazione sta nell’idea tutta moderna del mondo come progetto umano: se il nostro obiettivo è la società senza classi, o l’abolizione della morte biologica, o la realizzazione dell’utopia tecnologica transumana, tutto ciò che rende più breve il tempo della transizione verso questi obiettivi è bene, perché anche noi stessi o almeno i nostri figli potranno già godere di questi Eden. Poi c’è la spiegazione politico-ideologica: l’economia ipercapitalista centrata sulla massimizzazione dei profitti ha bisogno di accelerare gli scambi di merci e servizi e di rendere massimamente mutevoli le relazioni umane per perseguire il suo obiettivo. Queste tre origini dell’accelerazione alimentano certamente anche oggi il processo, ma ad esse si è sovrapposta come più decisiva una quarta, post-moderna e nichilista: la noia. Abbiamo bisogno di velocizzare tutto per accumulare sempre nuove esperienze perché tutto ci annoia, e la noia produce precarietà nei rapporti con le cose e con le persone, che devono essere continuamente sostituite: niente si mostra più durevole. Come scrive Byung-Chul Han, «in assenza della durata, l’accelerazione si impone come incremento puramente quantitativo per compensare la carenza di durata, anzi la carenza di essere».

Il disgusto dell’essere

E con questo arriviamo al punto: inutile invocare la lentezza come rimedio alla velocità distruttiva se non si mette in discussione il rapporto sbagliato con l’essere che è all’origine della velocizzazione. L’uomo si è illuso che il tempo mantenesse forma e senso semplicemente sostituendo gli argini rappresentati dalla storia divina in cui si succedono Creazione/Caduta/Redenzione/Parusia/Salvezza con quelli della secolarizzazione della narrazione religiosa: la proprietà privata e la conseguente ingiustizia al posto della Caduta, la rivoluzione al posto della Redenzione, la società liberata da ogni forma di alienazione al posto del Paradiso. Il risultato è il tempo atomizzato, frenetico, affannoso, senza senso – e noioso – che viviamo oggi. C’è un passaggio magistrale ne La morte di Danton di Georg Büchner che evoca questa dinamica. Un amico esorta Danton a fuggire per non essere arrestato da Robespierre con le parole «Non abbiamo tempo da perdere!». Risposta di Danton: «Ma è il tempo che perde noi. Che noia indossare sempre prima la camicia e poi i calzoni e la sera infilarsi a letto e la mattina sgusciarne fuori e mettere sempre un piede davanti all’altro; e tutto lascia prevedere che non andrà mai altrimenti». L’esaltazione rivoluzionaria non scongiura il disgusto dell’essere, anzi lo alimenta nella misura in cui nasce da una dimenticanza dell’essere, dalla riduzione delle cose e delle persone ai nostri progetti. Allora contro la velocità che tutto consuma quel che serve non è il richiamo alla lentezza, ma il richiamo alla contemplazione. Il rallentamento potrà avere luogo come conseguenza di un approccio contemplativo alla realtà, altrimenti resterà subalterno alla logica del consumo.

Non una fuga ma la strada

Per tornare a contemplare bisogna accettare che le cose e le persone esistono per noi solo perché prima esistono per Dio e per se stesse. Cioè c’è uno splendore della realtà che eccede ogni progetto di renderla funzionale a nostri bisogni, e che si rivela solo allo sguardo contemplativo. In quella rivelazione sta l’unica possibilità di rinunciare alla logica del consumo frenetico di ogni rapporto, con gli esseri umani e col Creato. Così si spiega il primato della vita contemplativa che il cristianesimo ha sempre coerentemente affermato: non una fuga dal mondo, ma l’unica strada per fare in modo che il mondo non si disfi sotto l’azione ignorante delle nostre mani, che il nostro agire sia cosciente e rispettoso della natura di ciò su cui agiamo. Come scriveva Gregorio Magno: «(…) l’anima ritorna utilmente dalla vita contemplativa a quella attiva, per conservare in modo più perfetto la vita attiva per quello che la vita contemplativa ha acceso nella mente. La vita attiva deve, quindi, trasferirci nella contemplativa e qualche volta, da ciò che vediamo interiormente, la contemplazione deve richiamarci meglio all’azione. Si deve notare che come il buon ordine della vita consiste nel tendere dall’attiva alla contemplativa, così spesso è utile che l’anima dalla contemplativa ritorni alla vita attiva». (E dichiariamo il nostro debito a Byung-Chul Han che presenta questa citazione nel suo Il profumo del tempo).

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