La storia (vera) di una preziosa opera sociale triturata da 16 processi in 9 anni. Tutti assolti

Con “Nove Petali di Loto” va in scena a teatro la vicenda della cooperativa Cearpes per l’accoglienza di minori disagiati, caso simbolo di tanti calvari giudiziari all’italiana

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nove petali di loto teatroDebutta questa sera in prima nazionale a Milano presso il Teatro Sala Fontana Nove Petali di Loto, opera teatrale in cine-prosa diretta da Milo Vallone e Luca Pompei. Si tratta di un testo di fantasia liberamente ispirato a una storia vera, quella della cooperativa sociale Cearpes di San Giovanni Teatino, in provincia di Chieti. Una cooperativa fondata nel 1986 che si occupava di accoglienza, recupero e reinserimento collettivo di minori con gravi e gravissimi disagi socio-comportamentali, come la schizofrenia. Fino a che, nei primi anni Duemila, si è trovata invischiata in un vortice mediatico-giudiziario che ne ha distrutto l’immagine e l’operato, pregiudicando la prosecuzione dell’attività e costringendo una cinquantina di pazienti e quasi un centinaio di dipendenti a restare a casa. Anche se poi, dopo 9 anni di calvario, a gennaio di quest’anno, il suo fondatore Dominique Quattrocchi è stato assolto in tutti e 16 i processi che hanno coinvolto lui, la sua cooperativa e una trentina di altri imputati.

COOP ROSSE E SINDACATI. «La cooperativa era un punto di riferimento in Italia», ha spiegato Quattrocchi, «ma in pochi giorni siamo diventati degli orchi, un’associazione a delinquere e i segni di un calvario giudiziario ed umano durato 9 anni, conclusosi pure con la completa assoluzione di tutti gli imputati, ci sono rimasti impressi sulla pelle». Nel sito della cooperativa la storia è ricostruita con dettagli cronologici inquietanti: i guai giudiziari sarebbero scattati in seguito ai «contrasti con la Lega delle Cooperative e la Cgil Abruzzo», con le quali Cearpes non voleva più avere a che fare. Ma le Coop e la Cgil – è la pesante accusa contenuta nella versione di Cearpes – insistevano nel chiedere «tesseramenti e l’assunzione» di alcuni parenti dei loro vertici, richieste che la cooperativa di Quattrocchi ha sempre respinto.

Nove Petali di Loto locandinaUN’ECCELLENZA IN FUMO. È una vicenda «che ha fatto scalpore e continua a farlo», si legge sulla nota stampa che accompagna lo spettacolo, ma «la verità accertata sul piano giudiziario è ancora lontana dall’essere abbracciata appieno da una comunità troppo spesso sviata e sconvolta da notizie parziali, sensazionalistiche e spesso prive di fondamento».
È anche per questo motivo, dunque, che lo spettacolo Nove Petali di Loto aspira a dare un contributo di verità. «Già nel titolo c’è la metafora che vogliamo raccontare», confida a tempi.it Vallone: «Il fiore di loto, infatti, è un fiore bellissimo, ma la sua esistenza non è così facile». Proprio come nel caso della cooperativa Cearpes, un’eccellenza riconosciuta dai pubblici uffici in Italia e apprezzata anche all’estero (come testimoniava il numero di pazienti stranieri accolti) che però è finita nel tritacarne mediatico-giudiziario. «Il suo fondatore, però, è stato assolto in tutti e 16 i processi in cui è stato coinvolto». Le accuse formulate nei suoi confronti erano pesantissime, «maltrattamenti e sevizie agli ospiti della struttura» oltre a una «catena di ulteriori capi di imputazione, su tutti quello di bancarotta fraudolenta».

LA GOGNA MEDIATICA. Sebbene per nessuno di questi capi di accusa la procura di Chieti abbia riscontrato evidenti colpevolezze o responsabilità da parte di Quattrocchi, tuttavia «i titoli dei giornali di allora non lasciavano spazio a presunzioni di innocenza: si parlava di “mostro”, “casa degli orrori” e addirittura di “lager”», ricorda il regista che ben conosce la vicenda. Ma di «vicende analoghe ce ne sono a iosa in Italia», puntualizza Vallone, «ed è proprio ciò che vogliamo mettere in scena»; è questo il motivo per cui nello spettacolo «non si fa esplicito riferimento» al caso Cearpes, anche se i nomi del fondatore (Occhipinti) e della cooperativa (Precase) suonano molto similari.
«Il messaggio che vogliamo dare – conclude Vallone – è che i cittadini non sono né pupazzi né carne da macello, ma rappresentanti a pieno diritto della società civile e non meritano mai trattamenti ingiusti da parte dei cosiddetti “poteri forti” dello Stato, siano essi la magistratura, la procura, i sindacati o la politica». E l’auspicio è che in questi casi, comunque, non si neghi a nessuno un’altra possibilità. Come nel caso di Cearpes, «che è desiderosa di riaccreditarsi presso l’opinione pubblica e ripartire». Non sarà semplice.

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