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«La sinistra è passata dal PC (partito comunista) al pc (politicamente corretto)»

febbraio 9, 2018 Valerio Pece

Dal progetto gramsciano ad Umberto Eco fino a Fabio Fazio. Dall’Unità a Repubblica. Intervista a Marcello Veneziani, “imperdonabile” conservatore

Svelare il lato oscuro di Gramsci e mostrare l’essenza del conservatorismo, sedurre col suo Pantheon di scrittori “imperdonabili” e sbugiardare una sinistra «che passa dal PC al p.c. (politically correct)». È Marcello Veneziani: filosofo, scrittore, giornalista, fondatore di testate, coriaceo maître à penser di una «destra ancora sommersa». In quest’intervista, lucida e disincantata, il filosofo pugliese si racconta.

Veneziani, con una definizione sontuosa ma propria di un innamorato lei scrive che il «conservatore non è un imbalsamatore, semmai un tedoforo». In tempi intrisi di progressismo spinto, in cui nulla è “per sempre”, in cui accade che gru abbattano centenarie cattedrali neogotiche, in cui perfino il verbo conservare è guardato con sospetto, quali ragioni offrirebbe ad un giovane per dirsi “conservatore”?
In un’epoca in cui si avverte la volatilità di tutto è bello ritrovare la gioia delle cose durevoli; è bello saper distinguere ciò che merita di finire e ciò che invece va salvato. La vertigine della velocità che ci ha travolti può essere compensata dalla passione per la continuità, la connessione tra passato, presente e futuro. Non contrapporsi ma bilanciare, procedere per compensazioni. La tecnica è il regno della rapidità, la cultura dovrebbe essere il suo contrappeso.

Una spiegazione a tanta resistenza sta forse nel confondere il fluire della tradizione con la stasi propria del tradizionalismo, oppure siamo al paradosso per cui amare la tradizione è da “ribelli”?
La tradizione non è il culto del passato ma è il senso della continuità; è qualcosa di vivo da trasmettere, non una reliquia da venerare. La differenza tra tradizione e tradizionalismo è come quella tra fuoco e cenere: alcuni sono adoratori delle ceneri, il fuoco invece è sempre vivo e scoppiettante. E in un’epoca dominata dal conformismo della trasgressione, la vera ribellione è sottrarsi al canone, ritenersi figli di una storia, più che del proprio tempo. Sì, oggi è più “ribelle” collegarsi ai padri e alla generazioni passate, piuttosto che dichiararsi parricidi ed emancipati da ogni rapporto con le generazioni precedenti.

Recentemente è uscito Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti (Marsilio), un inno a quegli «irregolari del pensiero che non si accontentarono del loro tempo, ma lo contraddissero». Nel libro ha spigolato appassionatamente Dante e Petrarca, Leopardi e Dostoevskij, Pound e Prezzolini (“l’antitaliano disincantato”), Spengler e Schmitt (“Il Machiavelli cattolico”), Solzenicyn e Croce, Ortega y Gasset e Scruton, Campo e Pasolini (“reazionario senza grazia”); e ancora Gòmez Dàvila, Arendt, Fallaci, Thibon, Vico, Pascal, Kraus, Guareschi. Cos’hanno di “imperdonabile” questi 100 scrittori, poeti e filosofi?
Sono autori non riconducibili a un solo canone. Il filo conduttore è che furono inattuali, contravvennero allo spirito dominante del loro tempo, spesso pagandone le conseguenze. Credo che la grandezza di un autore non sia la sua attualità ma il suo sapersi porre oltre la propria epoca. Furono perciò imperdonabili, secondo una definizione di Cristina Campo; ma questo è titolo di merito, presagio di grandezza.

Uno degli “imperdonabili” a lei non intellettualmente contiguo ma che per amor di battaglia culturale ha inserito come “fratellastro” nel suo personale Pantheon è Antonio Gramsci, a cui dedica pagine molto dure. Gramsci sarebbe stato non solo un «formidabile iconoclasta della cultura italiana», ma dal carcere avrebbe lavorato alla costruzione di uno Stato pedagogico-totalitario più feroce di quel regime fascista che lo aveva messo in prigione.
Gramsci merita il rispetto che si deve a chi ha pagato di persona. Tuttavia non si può negare che la sua concezione politica e intellettuale subordini la verità e la realtà delle cose all’interesse supremo del Principe: il Partito, l’Intellettuale Collettivo, l’ideologia marxista-leninista a cui rimase fedele. In lui non c’è critica al fascismo nel nome della libertà e della verità, bensì nel nome di un’altra ideologia.

Quale?
Bè, la sua linea era questa: la nostra dittatura, la nostra violenza è giustificata dalla storia e dal progetto di instaurare una società comunista, la vostra no. Di più: al fascismo Gramsci non rimprovera l’esito totalitario, ma il suo fallimento per i compromessi con la Chiesa, con la monarchia, con la borghesia e col capitale. Come dire che il nostro totalitarismo sarà più compiuto, più radicale. Per non dire, infine, della vera e propria distruzione che Gramsci ha fatto della cultura italiana – penso a Dante, a Petrarca, a Manzoni – quando questa non rispondeva ai canoni marxisti.

La sua tesi sull’attuazione storica del “progetto gramsciano” tira in ballo addirittura Umberto Eco, per discendere, poi, fino a Fabio Fazio. Quali sono gli snodi di quest’itinerario surreale?
Il progetto gramsciano di conquistare la politica e la società tramite la cultura ha senz’altro conosciuto una ulteriore interpretazione con Eco. Nel ‘63 Eco pubblica un saggio in due puntate su Rinascita, la rivista ufficiale del Pci diretta da Togliatti, in cui elabora una nuova teoria dell’egemonia culturale, che questa volta passa anche dai mass media, dalla cultura pop, dai nuovi linguaggi e soprattutto dalla tv. È esattamente lì da ricercare il passaggio dalla filosofia alla sociologia, dal marxismo al neo-illuminismo, dal partito comunista alla sinistra radical, da L’Unità a Repubblica. Eco è stato il vero traghettatore! Mentre poi la parabola politica si è tradotta da Togliatti a Berlinguer, da Veltroni a Renzi, l’ideologo Eco è stato sostituito direttamente da Fabio Fazio, che è l’applicazione mediatica della fenomenologia di Mike Buongiorno alla tele-sinistra da ideologia e intrattenimento. D’altra parte, se la destra passa da Prezzolini a Retequattro…

In effetti è difficile negare come il “filotto” Gramsci-Eco-Fazio abbia forgiato gli italiani molto più del Drive In berlusconiano. Un’altra sua teoria tutta da approfondire è questa: se il comunismo ha perso il marxismo invece avrebbe vinto. Ci spiega meglio?
Semplice. Se il comunismo è fallito alla prova dei fatti, sono convinto che il marxismo separato dal comunismo abbia invece ampiamente trionfato. E non nella Russia sovietica ma nell’Occidente americanizzato. I punti fermi del marxismo, fuori dal comunismo, si sono realizzati alla massima potenza nell’Occidente nichilista: l’ateismo pratico; lo sradicamento universale (i proletari non hanno patria); la perdita della tradizione e dei legami nazionali, famigliari e religiosi; il primato dell’agire e dell’economia; la liberazione sessuale. Resta invece sospeso il comunismo come liberazione degli oppressi, anche se le politiche d’accoglienza verso i nuovi proletari, i migranti, fanno pensare che un Marx sotto mentite spoglie stia ancora soffiando in Occidente.

Vorrebbe dire che la sinistra uscita dal comunismo sta percorrendo il medesimo cammino del marxismo separato dal comunismo?
Esattamente. La sinistra si è fatta liberal, radical, pone i temi della sessualità e del gender. Non potendo più accanirsi contro il capitale e la borghesia, infierisce contro la patria e la famiglia, certificando tutto questo nuovo canone occidentale nel Politically Correct. Da qui il suo viaggio dal PC al pc: dal Partito comunista al politicamente corretto.

Tornando ai suoi “imperdonabili”, uno dei nomi maggiormente citati è quello di Augusto del Noce. Cosa l’affascina di questo filosofo cattolico?
Del Noce l’ho frequentato, il suo ultimo scritto prima di morire fu la prefazione a un mio libro, Processo all’Occidente. È stato uno dei più acuti filosofi della politica e della storia. Memorabile la sua lezione sul ’68, la sua scoperta di Pasolini, religioso e antimoderno, di Simone Weil, e molto altro ancora. Ha denunciato il processo di scristianizzazione e l’acquiescenza del partito democristiano, a cui pure era legato, e ha sottolineato il peccato originale dei cattolici progressisti, i quali si sentono più vicini ai progressisti non cattolici che ai cattolici non progressisti.

Quale potrà essere il ruolo della cultura cattolica negli anni a venire?
La cultura cattolica in Italia è divenuta via via sempre più irrilevante, anzi per essere precisi ha scontato l’incrocio di due irrilevanze progressive: della cultura in generale e della religione cattolica. Appariva già minoritaria in tempi in cui si riteneva che il nostro fosse un paese comunque a larga maggioranza cattolica e guidato da un partito d’ispirazione cristiana.

E adesso?
Nella desertificazione della cultura e nella scristianizzazione pervasiva ora si spengono le ultime voci, restano inascoltate le ultime fonti, sopravvivono forme vaghe di cattolicesimo nel volontariato, nell’accoglienza e in ambiti che un tempo si sarebbero definiti cattoprogressisti se non cattocomunisti. Con queste premesse è difficile immaginare, dopo la speranza accesa da Giovanni Paolo II e dopo il pontificato “dottrinario” di Ratzinger, che la cultura cattolica possa avere un ruolo attivo e centrale. Almeno nell’immediato.

Lei insiste molto sull’importanza del mito come dimensione costitutiva dell’uomo. Nel suo Alla luce del mito (Marsilio) lo descrive come racconto originario, “sintesi a priori” che permette di comprendere l’umano. Poi aggiunge che l’Italia sopravvive solo come mito perché come paese ormai non ci sarebbe più. Non è un po’ troppo severo?
No, purtroppo. Se dovessimo giudicare l’Italia dagli indicatori economici, demografici, sociali; dallo stato di salute psicologica, dalle aspettative e dalla bassa vitalità che la contraddistingue, dovremmo dedurre che l’Italia ormai è finita, morta. Quando i decessi superano le nascite, i vecchi superano i giovani. Cosa salva ancora l’Italia agli occhi del mondo e in definitiva anche ai nostri occhi? Il suo racconto, la sua spiccata personalità storica, artistica e geografica, il suo mito che si è fatto arte, architettura, centri storici, civiltà, bellezza.. Quello è forse il punto da cui ripartire, perché quella è l’unica risorsa che resta. L’Italia è un mito, forse non è più una realtà.

Una volta lei definì il suo vecchio amico e mentore Indro Montanelli come il “Presidente della destra che non c’è” (a strettissimo giro di posta venne da lui nominato sul campo “Segretario generale”). Si avvicinano le elezioni: c’è ancora spazio in Italia per una destra? E quale destra augurarsi?
Purtroppo nel frattempo abbiamo perso il Presidente e non si è resa palese una destra come la vorremmo. Dobbiamo accontentarci di quel che passa il convento, considerarla un male minore rispetto al peggio che c’è in giro, ben sapendo che dopo mezzo secolo di emarginazione la destra al governo fu una delusione e anche un tradimento. Lo spazio ci sarebbe, perché sui temi sensibili, persiste benché frantumata e sommersa, priva di luoghi in cui esprimersi, un’opinione diffusa di destra ideale e morale: dai temi bioetici ai temi dell’immigrazione, dai temi nazionali e politici ai temi religiosi e civili. A questa contraddizione tra una destra sommersa e una destra assente, ho dedicato alcune pagine del mio recente Tramonti. Ma dopo una vita d’attesa, non ho più voglia di aspettare la destra. Preferisco dedicarmi a scrivere, a leggere, a pensare.

Con Rovesciare il ‘68. Pensieri contromano su quarant’anni di conformismo di massa (Mondadori) ha analizzato con largo anticipo quel crocevia della storia recente di cui quest’anno si celebrano i 50 anni.
Il ‘68, fallito come rivoluzione politica ed economica, è invece riuscito come rivoluzione culturale, di costume e di mentalità, accanendosi su scuola e università, famiglia e sfera sessuale, linguaggio e rapporto tra le generazioni. In particolare scuola e famiglie sono uscite devastate dall’onda sessantottesca, perché si è perduto il nesso tra diritti e doveri, tra meriti e desideri, tra libertà e responsabilità. E tra padri e figli.

La sua indagine ha diversi punti di convergenza con quella di Benedetto XVI, il quale confessò che con il ‘68 perfino il Concilio dovette subire una «grande frattura culturale» foriera di strappi dolorosi all’interno del cristianesimo.
Certo. L’onda sessantottina fu preceduta come una specie di prologo in cielo dal Concilio Vaticano II e dai cambiamenti che produsse nel corpo antico della Chiesa cattolica e della civiltà cristiana. Da allora si è perso il rispetto per l’auctoritas della tradizione e si è considerato cristiano autentico solo quello che vive al passo del proprio tempo. Quello che, di tutta la millenaria storia di fede e santità, dottrina e devozione, salta dal cristianesimo delle origini a un francescanesimo visto in chiave pauperista, e che poi, dopo un inchino deferente alla riforma protestante e un insulto alla riforma di Trento, approda direttamente al Concilio Vaticano II. Ecco il ‘68 della Chiesa.

Foto Ansa

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