La resistenza italiana è una Rosa Bianca

UN GRUPPO DI VENTENNI SI OPPOSE A HITLER PAGANDO CON LA VITA. LE LORO LETTERE, I LORO VOLTI, LA LORO BATTAGLIA PER LA LIBERTA’.
INTERVISTA ALL’INTELLETTUALE TEDESCO HANS MAIER

Il 22 febbraio del 1943 alcuni studenti ventenni e il loro professore Kurt Huber furono condannati a morte dal regime nazionalsocialista. Sul banco degli imputati salirono quel giorno i fratelli Hans e Sophie Scholl e il loro amico Critoph Probst. Di lì a pochi giorni, altri giovani furono arrestati e uccisi. Appresa la notizia, Thomas Mann, esiliato in America, annotò nei suoi diari, con ammirazione: «E ora, dieci studenti e un professore giustiziati, con l’esplicita aggiunta che ce ne sarebbero tanti come loro». La colpa di questo gruppo, i “ragazzi della Rosa Bianca”, era stato quello di distribuire per nove mesi sei volantini contrari all’ideologia hitleriana.
Il Meeting di Rimini dedica loro una mostra che sarà portata anche a Colonia in occasione della prossima Giornata mondiale della gioventù. In essa sono raccolte le fotografie e le lettere personali di quelle giovani vittime. Tempi ha chiesto al maggior intellettuale cattolico tedesco, Hans Maier, un aiuto per comprendere l’importanza storica di quella resistenza all’ideologia in nome della libertà e della sacralità della vita (Probst scriverà alla madre nel giorno dell’esecuzione e del suo battesimo: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. Se la guardo per quella che è, è stata un’unica strada verso Dio»).
Professor Maier, sessant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale regna ininterrotto il pubblico interesse per la resistenza al nazismo. Che dimensioni aveva l’opposizione a Hitler?
C’erano molte forme di resistenza. Dall’anticonformismo al rifuto fino alla ribellione e, nei casi più estremi, la congiura, l’attentato, la sovversione. Dopo la guerra la resistenza è stata da subito descritta come un curva il cui vertice fu il 20 luglio, cioè la resistenza militare dall’interno del regime. In seguito si sono prodotti ampi studi che mostravano l’esistenza di un’opposizione popolare più vasta, soprattutto nella forma del rifiuto.
Contemporaneamente è diventato evidente che l’affermarsi di ambienti non plasmati dal nazionalsocialismo fu un importante presupposto per la resistenza. La Rosa Bianca si è sviluppata in queste nicchie.
Dunque la resistenza non fu sporadica.
Il regno della violenza sotto Hitler durò dodici brutti anni. Ma, a differenza dei settant’anni del comunismo, al Führer non riuscì di influenzare tutti gli ambienti, come invece avvenne in Russia. Perciò tanti riuscirono a sottrarsi al regime, soprattutto nell’ambito delle Chiese cristiane. La resistenza iniziò lì.
In quale forma?
Lo storico Martin Broszat parla di un’ampia resistenza nel popolo, soprattutto attorno agli ambienti cristiani. Di fatto in questo contesto la resistenza riuscì a essere molto efficace. Ne è un esempio l’azione contro la rimozione dei crocifissi nel 1941-42. Allora in alcune regioni si arrivò quasi a una vera sollevazione popolare. I nazisti dovettero fare marcia indietro e permettere che i crocifissi fossero riappesi. I rappresentanti vicini ai partiti di Weimar, al contrario, a causa della persecuzione, riuscirono solo eccezionalmente a costituire una rete di resistenza efficace. Fu il caso ad esempio dei comunisti e dei socialisti di sinistra, o anche del centro nella forma del movimento sindacale cristiano a Colonia.
Come reagirono le istituzioni ecclesiastiche?
Qui bisogna distinguere tra Chiesa evangelica e Chiesa cattolica. Il protestantesimo, sull’atteggiamento nei confronti del Terzo Reich, si divise. Nel 1933-34 la maggioranza apparteneva ai Deutsche Christen e stava dalla parte dei nazionalsocialisti. Una minoranza decise di unirsi alla “Chiesa riconosciuta” contro il nazionalsocialismo oppure semplicemente per la libertà e l’autonomia della Chiesa. La Chiesa cattolica, fedele a se stessa sulle questioni fondamentali, tentò di ritirarsi nella funzione e nella cura delle anime. Abbandonò l’avamposto del cattolicesimo sociale e politico. La principale preoccupazione dei vescovi risiedeva nel mantenimento e nell’assicurazione delle funzioni ecclesiastiche, cioè nell’autoaffermazione. Così la resistenza era incoraggiata religiosamente, ma non politicamente.
Tuttavia ci fu una resistenza pubblica.
Comunque si limitava a singole persone che andavano avanti e praticavano resistenza attiva, come il protestante Dietrich Bonhoeffer o il vescovo cattolico di Münster, Clemens August Graf von Galen, che protestò contro l’eutanasia, oppure il padre gesuita Alfred Delp e i gesuiti del Circolo di Kreisau. Questo, si badi, non significa che le Chiese si accordarono con il regime; in molti infatti diedero sollievo e aiuto ai prigionieri della Gestapo. Numerosi preti e impiegati ecclesiastici morirono nei campi di concentramento a causa della loro fede cristiana.
Come si posiziona il gruppo della Rosa Bianca all’interno della resistenza?
I suoi membri, per lo più molto giovani, si coinvolsero già nel 1942 e il carattere pubblico della loro azione suscitò stupore e ammirazione. Distribuivano volantini e affiggevano manifesti. Già solo questo era un gesto coraggiosissimo. Se poi andiamo a leggere quel che scrivevano, non possiamo non rimane colpiti dalla schiettezza e – direi – dalla brutalità delle loro prese di posizione.
Cosa li muoveva?
Un’educazione semplice. Questi giovani provenivano da ambienti borghesi (nel senso di civili, liberali, ndr). Quanto più il Terzo Reich abbatteva i limiti dell’umanità, tanto più faceva emergere in loro un sentimento di repulsione. È interessante il fatto che vi fossero rappresentate tutte e tre le confessioni cristiane e che sulle questioni religiose non vi fosse unità nel gruppo. I protagonisti, Hans e Sophie Scholl, venivano da una famiglia liberale evangelica di Ulm, incontrarono il mondo cattolico ad Augsburg e a Monaco e, in particolare, si confrontarono con il filosofo della cultura Theodor Haecker e con il fondatore del giornale cattolico Hochland, Carl Muth. Willi Graf veniva dalla gioventù cattolica, mentre Alexander Schmorell era cristiano ortodosso. Già per questo avevano fatto percorsi diversi.
Tuttavia il richiamo alla loro fede fu fondamentale per questi giovani.
Assolutamente. Lo si comprende dal fatto che si definiscono “martiri” ed è reso esplicito dal testo del loro quarto volantino che recita: «C’è, lo chiedo a te che sei cristiano, c’è in questa lotta per la salvezza del tuo bene più grande una qualche esitazione, un gioco di intrighi, un rimandare la decisione nella speranza che qualcun altro prenda le armi per difenderti? Forse che Dio stesso non ti ha dato la forza e il coraggio per combattere? Dobbiamo attaccare il male là dove esso è più forte ed è più forte nel potere di Hitler».
Che effetto sortirono le condanne a morte sull’opinione pubblica?
L’annientamento dell’intero gruppo, di fatto, ottenne un effetto intimidatorio. Poi, fino all’amaro epilogo, non si è più visto nei circoli universitari e fra i giovani alcun moto di resistenza di questo tipo. La notizia però si diffuse nell’ambito accademico di parti passo con un generale moto di ammirazione per questi giovani.
Che ancora oggi persiste. L’ultimo film su Sophie Scholl è stato premiato alla Berlinale 2004. Perché, secondo lei?
Erano persone giovani che hanno dedicato la propria vita a contrastare il nazionalsocialismo. Per questo il loro destino ci tocca in modo particolare. Klemens von Klemperer, uno fra gli studiosi più rinomati di questa materia, ha parlato anche di «devozione della resistenza». Udo Zimmermann nella sua opera da camera “La Rosa Bianca” descrive la loro vita come «sacrificio cristiano nella sequela di Gesù». Non si spinge così in là il recente film di Marc Rothemund, “Sophie Scholl” seppur metta in risalto la motivazione cristiana che spingeva questi ragazzi verso la morte.
(traduzione di Pietro Piccinini)