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La resistenza del primo partigiano d’Italia

aprile 13, 2018 Emanuele Boffi

La guerra di liberazione come non ve l’hanno mai raccontata passa dalla vicenda esemplare di Aldo Gastaldi detto Bisagno. E Tempi vi invita a vedere il documentario a lui dedicato

Tempi, l’associazione Esserci e il Centro culturale Rosetum organizzano la proiezione del documentario “Bisagno”. Seguirà un incontro con il regista Marco Gandolfo. L’appuntamento è per lunedì 23 aprile, ore 21.00, Centro Rosetum, via Pisanello 1, Milano. Ingresso libero.

«Aldo, sei così famoso che ti hanno dedicato la via davanti alla Casa dello studente». «Non sono io, è mio zio». Iniziò con uno scambio di battute con l’omonimo nipote l’interesse di Marco Gandolfo per Aldo Gastaldi “primo partigiano d’Italia”. «Nel 1995 frequentavamo lo stesso corso di laurea – racconta Gandolfo a Tempi – e fu così che iniziai a incuriosirmi della sua vicenda, finché nel 2009 il mio amico, sapendo della mia intenzione di diventare regista, non mi chiese: “Lo faresti un documentario su mio zio?”».

È nato così Bisagno, filmato che racconta, attraverso le testimonianze di chi lo conobbe e i documenti dell’epoca, la storia di quest’eroe della Liberazione.
Grazie al nipote sono potuto entrare in casa Gastaldi. Ho potuto parlare con Giacomo, il fratello del partigiano, che aveva conservato le lettere inviate durante la guerra ai genitori, vedere le foto, ascoltare i nastri degli anni Cinquanta – quindi assai vicini ai fatti di cui si parla – su cui erano impresse le voci dei compagni che avevano lottato con lui contro i fascisti. «Prima di mandare qualcuno alla morte, ci andava lui», testimoniano in coro coloro i quali combatterono con lui in Liguria. Sono così venuto a conoscenza della storia di un partigiano effettivamente fuori dagli schemi, molto cattolico, valoroso ma non spietato, deciso ma clemente con i nemici, antifascista ma non comunista, morto in circostanze misteriose. Sono entrato in contatto con una storia della Resistenza assai diversa da quella che siamo soliti ascoltare.

Bisagno è il nome del fiume che attraversa Genova, di qui il soprannome di Gastaldi. Chi era questo ragazzo che nel 1943 decise di unirsi alla lotta partigiana?
Era un sottotenente nel 15° Reggimento Genio presso la caserma di Chiavari. In seguito all’armistizio dell’8 settembre, con un gruppo di uomini decise di stabilirsi a Cichero, alle pendici del monte Ramaceto. Rifugiatosi in montagna, si distinse non solo per il coraggio, ma anche per la fermezza con cui guidava i suoi uomini, non concedendo a nessuno di loro né di vessare la popolazione né di accanirsi sui nemici. Quando poteva, infatti, evitava le fucilazioni, le angherie, i soprusi. Era cattolico e apartitico e questo, certo, gli attirò le antipatie di quanti, nelle fila partigiane, sognavano di piegare la lotta di Liberazione ai propri scopi politici. Bisagno non lo avrebbe mai permesso. Dopo il 25 aprile, anche a rischio della propria vita, fu determinato nell’opporsi ai regolamenti di conti che insanguinavano l’Italia, tanto che, per garantire l’incolumità di alcuni suoi partigiani, ex alpini originari del Veneto e della Lombardia, li accompagnò personalmente fino a casa. Fu così che trovò la morte il 21 maggio 1945 a Desenzano del Garda. Secondo la versione ufficiale, cadendo dal camion su cui stava viaggiando, ma da subito in molti pensarono ad un omicidio. Bisagno era amatissimo dalla popolazione tanto che al suo funerale a Genova partecipò una folla impressionante. È per questo che gli è stato attribuito il titolo di “primo partigiano d’Italia”.

In una delle lettere inviate ai suoi partigiani, Gastaldi scrive: «Sono venuto per combattere il metodo fascista. E mentre per conto mio non sono d’accordo a condannare un fascista solo perché è stato fascista, condanno il metodo fascista e lo condanno in chiunque, sia questi nero, bianco, rosso, verde o color cenere. Continuerò a gridare ogni qual volta si vogliono fare ingiustizie e griderò contro chiunque, anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazia o altro. Questo ho dato e do; lo do alla patria cui nulla si chiede».
La fama di Bisagno era quella di un ragazzo piuttosto silenzioso, di poche parole. Le lettere, invece, ci restituiscono la personalità di un uomo dalla grande profondità d’animo e dalla grande fede. Si è sempre ricordato che anche i fascisti, così come i comunisti, erano, innanzitutto, uomini. Ha sempre cercato di abbracciare tutti, evitando inutili stragi.

A proposito di questo aspetto, nel documentario c’è la testimonianza della poetessa Elena Bono, la quale afferma: «Era nato cristiano e quindi aveva fermezza e dolcezza insieme. Aveva tutte le virtù dello Spirito Santo, giustizia soprattutto».
Dalle lettere si capisce che la sua fede era semplice e dolce insieme. Quelle missive le ho lette e rilette più volte: in tutte Bisagno partiva da quel che gli accadeva per farsi domande importanti sul senso della vita e su Dio. Era un uomo certo, in un periodo di estrema incertezza. Era saldo perché appoggiato su qualcosa di saldo, di più forte e più grande di lui.

Elena Bono dice ancora di lui: «La Verità vi farà liberi. Quella era la verità cercata da Bisagno, fondata sulla Verità, non sulla menzogna, sui miti». Alcuni compagni raccontano che diverse volte, di nascosto e a suo rischio e pericolo, si recò in paese per la Messa e per ricevere i sacramenti.
La sua non era una fede ostentata, imposta agli altri, se non per il fatto che non sopportava che i compagni bestemmiassero. Era giovane, ma assai carismatico, dotato di un’autorevolezza che non aveva bisogno di imporsi, in quanto era semplicemente riconosciuta da tutti, comunisti compresi. Era compagno, ma anche padre dei suoi coetanei, perché sapeva bene che la disciplina militare può diventare profondamente ingiusta se non passa da quella divina.

Come nasce il rapporto tra Bisagno e Elena Bono?
È stata la prima persona che sono andato a intervistare perché sapevo che aveva scritto un libro su di lui. L’aspetto impressionante è che Bono l’aveva visto solo una volta in vita sua. Era in casa con la sorella, aveva sentito il rombo di una motocicletta, s’era affacciata e aveva incrociato il suo sguardo. Non si sono mai più incontrati. Eppure Bono ha raccontato che, per tutta la vita, ogni qual volta s’è ritrovata a prendere decisioni difficili, è stata tormentata da questo interrogativo: “Bisagno approverebbe quello che sto facendo?”. È un fatto che m’è capitato di riscontrare in molte altre testimonianze: anche nei casi di incontri fugaci, Gastaldi lasciava sempre una forte impressione in chi lo incrociava. Ne è prova che, ancora settant’anni dopo quei fatti, c’è gente che si commuove quando parla di lui.

Perché all’inizio della nostra chiacchierata ha detto che questo lavoro documentaristico l’ha aiutata a comprendere un aspetto della Resistenza che prima non conosceva?
Nella storia della Resistenza c’è una complessità che spesso non si vede, che non è mostrata, che rimane sottotraccia. Spesso è presentata come il perfetto idillio tra cattolici e comunisti, uniti nel combattere il nemico fascista. Non è così. Capitò di frequente che le formazioni partigiane non fossero omogenee; molti si aggregavano ai gruppi a loro più vicini geograficamente prima che ideologicamente. Avvicinandosi la Liberazione, scoppiarono i dissidi e i regolamenti di conti. Grazie a Bisagno, in un momento di tensione a Fascia nel marzo ’45 fu evitata una strage; a Porzûs, ad esempio, andò diversamente. 

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