La paura fa Corea

Perché la riunificazione tra sud (a capitalismo sviluppato) e nord (a comunismo isolato dal mondo e con 3 milioni di vittime delle carestie) non è così vicina come sembravano far supporre le immagini del recente storico incontro tra i leader dei due paesi. “Senza riconciliazione fra Seul e Pyongyang si rischia un’escalation nucleare da parte del Nord, ma con la riunificazione si rischia il confronto con una nuova grande potenza economica e militare”. A colloquio con un esperto americano-coreano di diplomazia parallela: “non aspettiamoci che la Corea del Nord crolli come la Germania Est”

Se vi sta a cuore la pace nel mondo, tenete d’occhio quello che sta succedendo fra le due Coree. Si può riassumere così il pensiero e il messaggio di Han S. Park, direttore di Globis ed esperto di “diplomazia parallela”, sul vertice di Pyongyang del 16 giugno. Scovare un commentatore di cose coreane attendibile ed esperto come lui è il sogno di qualunque intervistatore. La biografia e il curriculum che ne fanno un personaggio unico è presto detta: Park è un cittadino americano di origine coreana, nato negli anni Trenta in Manciuria durante l’occupazione giapponese delle Corea ed emigrato negli Usa dopo la guerra del ’50-53. E’ professore di scienza della politica all’università della Georgia e da dieci anni, cioè dall’inizio della crisi internazionale innescata dal programma nucleare della Corea del Nord, opera come “facilitatore” dei negoziati fra Washington, Seul e Pyongyang. In questo ruolo ha compiuto -lui, titolare di un passaporto Usa- una trentina di missioni in Corea del Nord, uno dei paesi più chiusi del mondo, su invito delle autorità comuniste. “Non sono l’inviato o il rappresentante di alcun governo, sono un facilitatore. Sono un cittadino americano e un ricercatore che ha interesse alla pace nella penisola coreana e cerca di facilitare il dialogo fra i governi”, dice anodinamente di sé.

Professor Park, quali sono le sue impressioni dopo il vertice di Pyongyang fra i due leader coreani? Sta davvero per cadere la “cortina di bambù”? Si può prevedere quando questo accadrà? Penso che il summit non può essere interpretato come l’inizio dell’apertura della Corea del Nord, del suo sistema chiuso. Pyongyang non aprirà i suoi confini al libero transito dei visitatori nell’immediato futuro, l’importanza del summit è tutta simbolica e non ha nulla a che fare con risultati pratici. Ci sono ancora un milione di soldati nord-coreani contrapposti a 600 mila militari sud-coreani lungo il 38¡ parallelo, e il vertice non ha nemmeno preso in considerazione la questione della sicurezza. Ci sarà certamente un incremento degli scambi commerciali, ma tutte queste attività saranno attentamente controllate e sorvegliate. Non ci sarà nessun grande afflusso di capitali e uomini d’affari occidentali in Corea del Nord. Ci sono delle questioni molto delicate che devono essere risolte prima che la Corea si apra: la presenza delle truppe americane nel Sud, la riduzione degli armamenti nord-coreani e del loro programma nucleare e missilistico.

Di tutto questo durante il summit non si è parlato? Per quello che ne so, c’è stato uno scambio informale, ma nessuna decisione comune è stata presa. Ufficialmente il programma dell’incontro non prevedeva alcun argomento delicato.

Questo fatto che il vertice non abbia trattato ufficialmente gli argomenti più delicati e che non siano state prese decisioni formali come lo dobbiamo interpretare? E’ un brutto segno o una cosa naturale? Penso che sia naturale, perché siamo di fronte a un lungo processo e perché i leader del Nord e del Sud non possono decidere da sé su questioni come la presenza delle truppe Usa o la questione dell’ingresso all’Onu. E anche per discutere una riduzione dei rispettivi armamenti sarebbe servita un’autorizzazione da parte delle istanze politiche dei due paesi prima dell’incontro che invece non c’era stata.

Ma come è possibile la riconciliazione e magari la riunificazione fra due paesi così diversi per tipo di sistema politico come le due Coree? Quel che è certo, l’eventuale riunificazione non avverrà secondo il modello tedesco: la Corea del Nord non crollerà come è accaduto alla Germania Est. La forza unificante dell’apparato militare e di quello ideologico è ancora molto forte. E la Corea del Sud non può svolgere il ruolo svolto dalla Germania Ovest nel caso tedesco: Seul non è in grado di farsi carico di una Corea del Nord economicamente in ginocchio, e perciò non auspica il suo crollo. Infatti l’accordo di massima che è stato assunto al vertice di Pyongyang è che la Corea del Sud fornirà assistenza economica e si attueranno progetti di sviluppo congiunti. Ciò ha lo scopo di sostenere la Corea del Nord, non di farla crollare.

Però la Corea del Nord è reduce da una carestia pluriennale che ha portato alla fame milioni di persone. Questo non fa ipotizzare un crollo imminente dello Stato? Se la carestia e la fame fossero eventi capaci di abbattere un sistema come quello nord-coreano, il sistema sarebbe crollato da tempo. Pare che la carestia abbia causato fino ad oggi quasi 3 milioni di morti (su di una popolazione di 23 milioni – ndt). Nessun sistema al mondo potrebbe sopportare una catastrofe di questa ampiezza, ma il sistema nord-coreano ha dimostrato di essere qualcosa di unico, perché è sopravvissuto a tutto questo, e ora sappiamo che la Corea del Nord è organizzata in modo tale che le difficoltà economiche non conducono necessariamente ad un tracollo del sistema.

Non solo i paesi vicini, ma il mondo intero è preoccupato della potenziale capacità atomica della Corea del Nord. Quanto è reale il pericolo di una crisi nucleare? E’ difficile fare pronostici su questa materia, ma io credo che la Corea del Nord abbia la capacità di produrre bombe atomiche e che probabilmente ne ha già prodotto e dunque ne possiede una o due, che è in grado di utilizzare come ha ripetutamente dimostrato (coi famosi test missilistici – ndt). Per cui la Corea del Nord costituisce una minaccia militare nella regione e nel mondo. Il punto è: la Corea userà in modo aggressivo il suo potenziale atomico? Io credo che noi dovremo preoccuparci dell’aggressività atomica di Pyongyang se il regime si troverà vicino al collasso. Il sistema e i suoi protagonisti, coi loro interessi costituiti, non cederanno il passo senza lottare. Dunque il crollo del sistema o una minaccia alla sua stabilità possono aumentare la probabilità di un conflitto.

Molti commentatori hanno detto che Kim Jong Il non è veramente interessato alla riconciliazione, ma vuole solo guadagnare tempo mostrandosi aperto e costruttivo. E’ d’accordo con questo modo di vedere? No, non sono d’accordo. Questo si poteva dire negli anni della Guerra Fredda, quando la Corea del Nord aveva tanti alleati: l’Unione Sovietica, la Cina, i paesi socialisti dell’Est europeo. Ora il paese è completamente isolato e i suoi vecchi alleati hanno relazioni normali coi paesi occidentali. In questa nuova situazione la Corea del Nord non può certo combattere da sola contro il mondo; e come potrebbe assalire la Corea del Sud senza il sostegno della Cina e della Russia? Ma questo sostegno non è nemmeno lontanamente immaginabile. Kim Jong Il non è stupido, anzi è un leader intelligente. Non sta cercando di attirare risorse economiche per acquistare nuove armi con cui combattere il Sud e il resto del mondo: sarebbe un suicidio.

Che cosa vuole, allora, veramente? Introdurre nel Nord un sistema simile a quello cinese, una combinazione di apertura economica e autoritarismo politico? Nel suo recente viaggio in Cina ha espresso ammirazione per lo sviluppo cinese. Io credo che lui cercherà di mantenere il sistema politico che è stato edificato e contemporaneamente di promuovere la prosperità economica aprendo il sistema selettivamente e gradualmente. Probabilmente istituirà zone economiche speciali come ha fatto la Cina popolare nella fase iniziale del suo sviluppo. Ma non credo che apriranno i confini agli investimenti esteri nel breve periodo, la partecipazione della Corea del Nord al mercato internazionale avverrà nel lungo periodo.

Cosa dobbiamo pensare dell’invito indirettamente rivolto al Papa a visitare la Corea del Nord? Se davvero si riuscisse a organizzare una tale visita, sarebbe la cosa migliore che possa succedere a favore della pace nel mondo. Se l’invito diventasse formale, e se il Papa andasse, sarebbe un grande contributo alla pace nel mondo.

Qual è il ruolo dei cristiani coreani nel dialogo fra Seul e Pyongyang? Nel Sud rappresentano un quarto della popolazione, ma nel Nord non hanno nessuna libertà.

Credo che i cristiani non debbano immischiarsi in questa vicenda politica che attiene alla riunificazione del loro paese, perché i cristiani stessi sono divisi fra loro dal punto di vista religioso e soprattutto perché i nord-coreani sentirebbero come una minaccia questo protagonismo dei cristiani, specialmente nel momento in cui si sviluppassero legami e rapporti fra cristiani del Nord e cristiani del Sud. Un attivismo dei cristiani nel dialogo non sarebbe una cosa saggia, perché irrigidirebbe quelli del Nord.

Parliamo della Corea del Sud. Nonostante il ruolo storico degli americani nella difesa del paese dal comunismo, spesso assistiamo a manifestazioni popolari ostili alla presenza militare Usa. Perché? Le manifestazioni anti-americane non sono diffuse in tutto il paese. Stando ai sondaggi d’opinione, la maggioranza dei sud-coreani è favorevole alla permanenza delle truppe americane perché si sente minacciata dal Nord. La protesta è diffusa soprattutto fra gli studenti e ha radici nazionalistiche piuttosto che internazionalistiche.

Cioè i contestatori non sono filo-comunisti, ma nazionalisti accesi? Sì. E comunque il sentimento americano non è tanto forte da condurre ad un allontanamento delle forze americane dal Sud.

Qual è l’atteggiamento di Cina, Giappone e Stati Uniti nei riguardi di un’ipotetica riunificazione delle due Coree? Accettano l’idea? Dovrebbero accettarla, ma che lo facciano è tutto un altro paio di maniche. Una Corea riunificata rappresenterebbe probabilmente una minaccia dal punto di vista della competizione commerciale sia per la Cina che per il Giappone. Per cui questi paesi affermano a parole il loro sostegno al processo di riconciliazione e di riunificazione delle Coree, ma forse preferiscono lo status quo. Per quel che riguarda gli Stati Uniti, la cosa è leggermente diversa: è il complesso militar-industriale degli Usa ad avere un forte interesse al mantenimento dello status quo, perché esso permette ai produttori americani di realizzare grandi vendite di armi alla Corea del Sud.

Forse in questa diffidenza non apertamente dichiarata riguardo alla riunificazione gioca un ruolo il timore di avere domani a che fare con una Corea unita divenuta potenza atomica.

Esatto. La Corea unita sarebbe economicamente molto più forte e nel tempo svilupperebbe la capacità tecnologica di produrre da sÉ le proprie armi, incluso un armamento atomico. Ciò sarebbe immediatamente sentito dal Giappone come una minaccia, che probabilmente indurrebbe Tokyo a emendare l’articolo 9 della sua Costituzione per procedere a un riarmo difensivo. Ciò a sua volta renderebbe nervosa la Cina, e potremmo trovarci di fronte alla funesta ipotesi di una corsa al riarmo fra Cina e Giappone che metterebbe in pericolo la pace mondiale. Perciò le grandi potenze a parole approvano la riconciliazione fra Nord e Sud Corea, ma nel loro cuore preferiscono lo status quo.