Un giorno, una settimana, un mese senza sangue, valgono la rinuncia a lottare per l’autodeterminazione? Com’è dura accompagnare il nemico a disegnare i confini che esige per sé
Il primo ministro dell'Armenia, Nikol Pashinyan (foto Ansa)
La prima notizia è che, mentre vi scrivo, si stanno fissando i confini certi e riconosciuti dalle due parti tra Armenia e Azerbaigian per poter passare a un vero e proprio trattato di pace. Insomma: oggi non moriremo, ma è tutto proprio giusto quel che si sta facendo? Non do giudizi, se questo sia bene o sia male. Il premier Nikol Pashinyan ha scelto questa strada, rinunciare a un pezzo di noi, l’Artsakh (Nagorno-Karabakh), per salvare la nazione.
O meglio: ha ceduto la sovranità di quella regione armena – promette – cercando di trattare per il ritorno su quella terra dei 120 mila armeni avendo lo statuto di regione autonoma tipo il Sud Tirolo. Ci credete? Io poco. Ma troppo sangue è stato versato qui e altrove, e la terra intera ne è satolla e anche il cielo stilla gocce rosse. Per cui sia benedetta questa tregua. Ma è pace?
E la libertà? Un giorno, una settimana, un mese senza sangue, valgono la rinuncia a lottare per la libertà e l’autodeterminazione? Com’è difficile e stretto il s...
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