La leggenda del grande Torino

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Il 4 maggio del 1949 c’era nebbia su Torino. L’aereo che trasportava la squadra più famosa d’Italia si infilò in quel grigiore e non ne uscì più. Quel giorno, senza tv satellitari, telefoni cellulari, radio one nation one station, il Paese seppe tutto in poco tempo e si fermò, distrutto. L’emozione fu grande e dura da 50 anni, spesso anche sostenuta da un bizzarro feticismo: per anni, nella stanza accanto all’anticamera degli spogliatoi del vecchio Filadelfia, ora raso al suolo, giacevano, in attesa di sistemazione in un museo che non è stato mai aperto, un pezzo di fusoliera, il carrello dell‘aereo, resti vari del disastro. Il telefono pubblico l‘avevano messo lì in mezzo e quando andavi a telefonare restavi impressionato. La forza evocativa del Grande Torino è una di quelle incredibili sensazioni che trapassano il tempo e la storia. Però è anche una condanna, perché i tifosi del Torino, come quelli del Genoa, del Bologna, di altre squadre che hanno un grande avvenire dietro le spalle, stanno sempre arrabbiati col presente, con dirigenti e giocatori che non riescono ad avvicinarsi a quel radioso passato. Poi ci sono i moralisti per cui il 4 maggio bisogna stare tutti a casa contriti, perduti nel ricordo, in una specie di giorno del silenzio, oppure bisogna ricostruire il Filadelfia ed è uno scandalo che nessuno l’abbia ancora fatto, oppure bisognerebbe fare della collina di Superga un parco nazionale. Combinazione (o no?), quella sera, gli ultrà della Juve hanno organizzato una festa per la presentazione di un libro che racconta le loro gesta. Non ci sarebbe niente da festeggiare nelle gesta di un ultrà, però se la Leggenda diventa un obbligo, allora vado anch’io alla festa degli juventini.

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