Non tutti festeggiano “La grande bellezza”. Per l’Osservatore romano «strizza l’occhio all’estetica degli spot pubblicitari»

«Il film non ha molto da dire. Come storia di un personaggio che riflette malinconicamente su un’innocenza dissipata fra le maglie della più sciatta mondanità si rivela in molti momenti auto indulgente»

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Articolo tratto dall’Osservatore Romano, di Emilio Ranzato – I premi assegnati dalla Academy quest’anno sembrano essere stati distribuiti a caso. 12 anni schiavo di Steve McQueen, che vince come miglior film, porta a casa in tutto soltanto tre statuette — compresa però quella per la miglior sceneggiatura non originale — mentre Gravity di Alfonso Cuaron ne vince sette, comprese quelle importantissime per regia, fotografia e montaggio, senza arrivare sul gradino più alto.

Un andamento caotico che riflette un’annata se possibile meno entusiasmante del solito per il cinema americano. Che un filmetto su una truffa alla Ocean’s eleven come American hustle di David O. Russell fosse stato candidato alla bellezza di dieci premi, era d’altronde un preoccupante segnale d’allarme. Ciò che spicca, in particolare, è una povertà di scrittura. Non a caso tre dei film principali in concorso — i due sopracitati di McQueen e Russell e Dallas buyers club di Jean-Marc Vallée — sono tratti da storie vere, che come si sa offrono allo spettatore un presupposto emotivo capace di sopperire a eventuali deficit drammaturgici. E così capita che un film carino ma senza troppe pretese come Lei di Spike Jonze arriva a vincere l’Oscar per la sceneggiatura originale.

Niente da eccepire invece sugli Oscar agli attori. Le mutazioni fisiche di Matthew McConaughey e Jared Leto per il film di Vallée non potevano non essere lodate, e lo stesso discorso vale per l’intensa interpretazione di Lupita Nyong’o in 12 anni schiavo e la straordinaria Cate Blanchett per Blue Jasmine di Woody Allen.

Che dire poi della vittoria de La grande bellezza? Il film di Paolo Sorrentino non aveva ricevuto una grande accoglienza da parte della critica italiana né al festival di Cannes dove era stato presentato. Il regista napoletano però ha evidentemente la fortuna di trovare sempre in qualche modo una sopravvalutazione del proprio lavoro. E stavolta era abbastanza prevedibile trovarla oltreoceano, dove si poteva rimanere incantati dall’ottima prova del direttore della fotografia Luca Bigazzi, che riesce in effetti nell’impresa di valorizzare ulteriormente una città come Roma.

Per il resto però il film non ha molto da dire. Come storia di un personaggio che riflette malinconicamente su un’innocenza dissipata fra le maglie della più sciatta mondanità, si rivela in molti momenti auto indulgente e incline a un poetismo che strizza l’occhio all’estetica degli spot pubblicitari. E quando nell’epilogo tenta addirittura di affrontare il tema del sacro e del suo svilimento — come aveva fatto in modo molto più velato e sottile il suo inarrivabile modello Fellini nell’incipit del capolavoro La dolce vita — si perde in una serie di sequenze inutilmente criptiche, dando l’impressione di una scarsa sincerità.

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