Tentar (un giudizio) non nuoce
La forza silenziosa dei moderati
A fine novembre, durante l’assemblea nazionale di Noi Moderati intitolata “La forza della responsabilità”, è stata presentata l’edizione aggiornata al 2025 della ricerca di Noto Sondaggi sul mondo dei moderati in Italia. Non è un dettaglio tecnico. È una fotografia nitida di ciò che si muove sotto la superficie del nostro Paese.
Il primo dato, il più sorprendente, riguarda i numeri. Quasi 20 milioni di cittadini italiani si definiscono moderati. Di questi, solo poco più della metà esercita il voto. La parte restante, oltre 9 milioni di persone, sceglie l’astensione. E questo bacino, già enorme, è perfino cresciuto di 225mila unità rispetto all’anno precedente.
Non è un fenomeno marginale. È il vero snodo della democrazia italiana, perché indica una domanda vasta, diffusa, inespressa.
Meno esasperazione
La stessa indagine rivela che, davanti alla scelta tra più radicalismo e più moderazione, solo il 18% degli elettori vorrebbe più radicalismo, mentre il 60% degli italiani preferisce la seconda opzione. Tra coloro che si definiscono moderati questa percentuale sale all’81%. È come se un’Italia silenziosa continuasse a ripetere che la politica non ha bisogno di esasperazione ma di equilibrio, affidabilità, capacità di tenere insieme concretezza e futuro.
Sono chiari anche i temi considerati decisivi: sanità, lavoro, sicurezza, scuola, famiglia, riforma fiscale. Terreni tipicamente moderati, pragmatici e sociali allo stesso tempo. Eppure, questa domanda così riconoscibile non si traduce in consenso per chi si colloca esplicitamente al centro. Al contrario, molti moderati finiscono per votare partiti che si dichiarano esplicitamente di destra, di sinistra o di protesta.
Perché accade?
Non esiste una risposta semplice. Ma emerge un punto. L’offerta politica attuale non sembra in grado di interpretare la sensibilità e i bisogni di questo enorme corpo elettorale. È come se i moderati scegliessero di stare lontani dalle urne perché disgustati dalla rappresentazione caricaturale della politica, non il suo compito più alto: proporre soluzioni credibili e insieme un’immagine possibile di futuro.
Forza responsabile
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, presente alla kermesse, ha insistito sul significato profondo del titolo, la forza della responsabilità, intesa non come vincolo formale ma come risposta a un mandato ricevuto dai cittadini. Un’idea antica e modernissima, vicina al sentire moderato più di quanto si creda.
Il punto decisivo però sta altrove, nella distanza crescente tra ciò che il mondo moderato chiede e ciò che percepisce. Uno scarto che non si colma con una formula ma con un modo di essere diverso, più fedele alla realtà delle persone. La politica torna a essere attrattiva quando sa tenere insieme ciò che spesso viene separato, quando non rinuncia alla concretezza delle risposte ai problemi e insieme non abbandona la capacità di immaginare, di sognare, di generare speranza per un futuro migliore.
Credibilità e sogno
Credibilità e sogno. Sono le due parole che tornano, ma non come un elenco. Stanno insieme, respirano insieme.
La credibilità è il lavoro quotidiano della politica quando smette di recitare e prova a rispondere davvero ai problemi delle famiglie, ai salari bassi, alla fatica di conciliare vita e servizi, al bisogno di un’economia più solida, al sentimento di precarietà che attraversa il Paese. Ogni volta che la scena pubblica si trasforma in spettacolo, l’elettore moderato si ritrae. Cerca serietà, misura, continuità.
Il sogno è il respiro lungo, ciò che permette di vedere un po’ più in là del presente. Le ideologie del Novecento hanno prodotto errori e ferite, ma possedevano una forza, perché facevano intravedere un mondo più desiderabile. Oggi quel movimento si è quasi fermato. Molti vivono ripiegati, come se desiderare fosse diventato inutile o addirittura imprudente.
Eppure, l’uno senza l’altro non regge. La credibilità senza sogno diventa gestione amministrativa. Il sogno senza credibilità e concretezza evapora come fumo. Ai moderati serve una politica capace di stare nei problemi e insieme di offrire un orizzonte. Una politica che non urla, che non irrita, che non esibisce, ma che costruisce.
La profezia di Gaber
Perché altrimenti – ed è il vero rischio culturale – si finisce esattamente profeticamente diceva Giorgio Gaber già nel 1992, nella famosa canzone Qualcuno era comunista che si trova facilmente in rete:
«Qualcuno era comunista perché forse era solo una forza, un volo, un sogno… uno slancio, un desiderio di cambiare le cose… Da una parte la personale fatica quotidiana, e dall’altra il senso di appartenere a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo».
Ecco il punto.
Non possiamo permettere che il sogno dei moderati – il sogno di un Paese più giusto, più responsabile, più capace di futuro e di una politica all’altezza della sfida – si rattrappisca allo stesso modo.
La sfida politica dei prossimi anni sta qui. Restituire alla gente credibilità nel presente e un sogno pieno di speranza nel futuro. Solo così quei 9 milioni di moderati silenziosi potranno tornare a credere che la politica non sia solo sopravvivenza quotidiana, ma ancora, finalmente, un volo possibile.
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