«La crisi del sacerdozio non si risolverà abolendo il celibato»

Verginità, scandalo e vocazione. Recensione del libro di Robert Sarah e Benedetto XVI

sarah benedetto xvi

Prima ancora che l’editore francese Fayard desse alle stampe il libro di Benedetto XVI e di Robert Sarah, Dal profondo dei nostri cuori, sul celibato ecclesiastico, la vicenda si è tinta di giallo. Il cardinale guineano, che presiede la Congregazione per il culto divino, e il Papa emerito hanno dovuto subire il fuoco di fila di numerose critiche per le svariate interpretazioni di chi sui media ha voluto agitare una tempesta in un bicchier d’acqua.

Papa Benedetto e il cardinale Sarah sono stati dipinti come dei nemici di una inevitabile evoluzione della Chiesa provocata soprattutto dal Sinodo sull’Amazzonia, un sinodo che secondo il cardinale è stato presentato dai media in maniera molto diversa da quello reale. Come dicono Benedetto XVI e Sarah nello scritto finale del libro, «è comunque il nostro amore per la Chiesa che ci ha spinto a impugnare la penna per voi [sacerdoti]».

Gli artigiani del culto

Così viene fugato, se ce ne fosse bisogno, ogni altro intendimento sulle motivazioni del libro. Un chiarimento preliminare si impone: non si tratta di un libro sul celibato, ma sul sacerdozio. Il lettore se ne accorge subito ed è avvinto da una linearità di percorso che parte da lontano e presto ci conduce al centro della drammatica vicenda di oggi. Il movimento di amici di Gesù (così si esprime il Papa) e dei primi che lo hanno seguito non è mai stato composto da funzionari, da “artigiani del culto”, ma da uomini strappati ai loro consueti affari per essere introdotti ad una profondità di vita di cui mai si era provato l’uguale.

Sempre con rigore esemplare ma in maniera agile e chiara si ripropongono il cuore e l’ampiezza del ministero sacerdotale osservando, fra l’altro, che il termine “Ministero” può subire un lieve slittamento semantico verso una immagine giuridica. Dunque il sacerdozio è prima di ogni cosa un sacramento.

Il problema delle vocazioni

Proseguendo nella lettura ci si accorge di essere introdotti, per così dire, ad una “conversio ad Mysterium”. Da qui nasce la insondabile ragionevolezza e sorpresa della chiamata del Signore. È un amore che, giorno dopo giorno, conquista il nostro cuore, non l’addossarci un onere. La «richiesta di ordinare uomini sposati rivela un profondo misconoscimento del legame ontologico tra celibato e sacerdozio». La vocazione dunque è un avvenimento della persona, irrevocabile e incondizionata. Per questo non si incrementano le vocazioni, così necessarie alla Chiesa, dando moglie ai preti, si scusi la brutalità espressiva. Avremmo, di fatto, una Chiesa di funzionari giusto per tener vivo il ricordo di un sentimento religioso, ma così si avrebbe una Chiesa su misura di una debolezza affettiva eclissando il senso sponsale del celibato.

«La verginità consacrata dei vari ministri manifesta infatti l’amore verginale di Cristo e la soprannaturale fecondità di questo connubio». Il celibato «è uno scandalo per il mondo e noi siamo tentati di attenuarlo attraverso l’adozione di criteri mondani… e la crisi del sacerdozio non si risolverà abolendo il celibato».

Il vergine è profeta

Sicuramente la nostra epoca non ha simpatia per quella che sembra un’etica del sacrificio e suona particolarmente dura l’affermazione di Robert Sarah quando ripete, a tutti i sacerdoti, che «dobbiamo accettare il sacrificio della Croce come la forma di tutta la nostra vita» e «il celibato è il sigillo della croce di Cristo sulla nostra vita».

Si potrebbe dunque pensare che sacerdozio e celibato siano patimento e dolore, una sorta di inevitabile menomazione, una vita fatta soltanto di rinunce. Invece le pacate e ardenti parole di Benedetto XVI e del cardinale Sarah esprimono una concezione della vita dell’uomo pervasa dalla gioia di Cristo risorto che alla crisi della fede risponde dilatando senza confini la potenza dell‘amore. Don Luigi Giussani parlando a dei giovani che hanno scelto come forma della loro vita la verginità (Il tempo e il tempio, Bur) diceva che i chiamati alla verginità sono la figura del profeta e precisava che «il vergine è la figura del profeta per sua natura». Povertà, castità, obbedienza sono figura profetica di quello che ognuno è chiamato ad essere ad immagine di Cristo. Affezione vera, generatrice nel mondo di punti sorgivi di verità e di gioia. Tutto ciò è dentro «la profondità del nostro cuore», di cui tutti siamo sinceramente grati.