L’Irlanda esce dall’austerity europea. Le ombre sul successo di Dublino

Celebrato come successo dell’austerità della Troika, l’uscita dell’Isola verde dai programmi di aiuto europei nasconde una disoccupazione alle stelle, tasse ancora alte ed emigrazione diffusa

I giornali irlandesi sono cauti nel leggere l’uscita della nazione dal programma di aiuti europei iniziato tre anni fa con lo scoppio della crisi finanziaria. Sebbene i politici del governo di coalizione lascino trasparire fiducia e ampia soddisfazione per il passo avanti fatto dall’economia nazionale, che ora non dovrà più attingere ai prestiti da Bruxelles, tuttavia rimangono alcuni fattori importanti da considerare prima di stappare le bottiglie di champagne. Ieri, il premier Enda Kenny ha parlato alla televisione nazionale, ringraziando il popolo irlandese per i grandi sforzi fatti e promettendo un nuovo impegno per generare posti di lavoro. Lo stesso presidente ha però smorzato ogni entusiasmo: l’Irlanda dovrà proseguire sulla strada dell’austerità.

TASSE ALTE E TAGLI ALLA SPESA. le politiche di austerity hanno fatto molto soffrire gli irlandesi, ormai da tre anni messi alle strette dalla troika che ha imposto una ricetta a base di super tasse e tagli alla spesa pubblica, a fronte di 67,5 miliardi di euro di prestiti. Come spiega il Financial Times, quei soldi erano la pezza per rimediare agli errori compiuti nel settore immobiliare e delle banche: nel soccorrere quest’ultime lo Stato si addossò i loro debiti, che così divenne parte del debito di Stato, schizzato in tre anni dal 25 per cento del Pil al 124. Il tutto era stato dettato sempre dalla troika, per evitare un effetto a catena che potesse coinvolgere anche altre banche europee.

I SACRIFICI CHE RENDONO «IL CUORE DI PIETRA». L’inseguimento della linea promossa da Berlino è stato faticoso e sudato, anche negli ultimi mesi: lo scorso ottobre, il ministro delle Finanze Michael Noonan ha annunciato che, per il prossimo anno, un ulteriore 1,5 per cento del Pil sarebbe stato raccolto attraverso tagli fiscali e tasse, e non l’1,8 richiesto dall’Ue. «Too long a sacrifice can make a stone of the heart» (“un sacrificio troppo lungo può fare del cuore una pietra”) è stato il suo commento, citando i versi del poeta Yeats. Con la cinghia tirata all’estremo l’Irlanda è arrivata fin qui, e ora di segnali di ripresa ce ne sono: a partire proprio dal prodotto interno lordo, tornato a salire già nel 2012 e previsto a +2,5 per cento nel 2015, per passare poi ai bond decennali, dove i tassi sono scesi dal 15 al 3,5 per cento.

DISOCCUPAZIONE OLTRE IL 13%. Eppure la prudenza rimane ancora la strada più giusta da seguire. Perché tra la popolazione di Dublino del favore positivo dei mercati e dell’Europa c’è ben poca traccia. Le tasse sono ancora alte, e soprattutto la disoccupazione rimane a livelli drammatici: 13,2 per cento, oltre anche a quella italiana. Alti anche i tassi di emigrazione: 80 mila sono le persone che hanno lasciato il Paese nel 2012, con una triste tradizione di abbandono frequente nei momenti più duri della storia irlandese. In generale poi, le spese del governo rimangono ancora superiori rispetto ai guadagni, con un deficit di bilancio (7 per cento) superiore anche di quello italiano. Insomma, i punti d’ombra restano ancora: e se da Berlino si soffia con favore su questi passi avanti, strombazzati come successi dell’austerità della troika, meno fiducia arriva invece dalla gente stessa di Dublino, che la crisi l’ha vissuta sulla sua pelle e i suoi titoli di coda, purtroppo, ancora fatica a celebrarli.