Kabobo, il “killer picconatore”, e il dramma di Niguarda. Il parroco Baroncini: «Non c’è legge che curi la solitudine»

Il sacerdote che ha celebrato il funerale di due delle tre vittime. «Non serve aumentare i controlli di polizia, ma coesione intorno alle famiglie straziate».

«Aumentare i controlli di polizia? Non credo serva. Anzi, sono certo che non risolve il problema», su La Prealpina di oggi una lunga intervista a don Fabio Baroncini, prevosto di San Martino in Niguarda, quartiere in cui è lo scorso 11 maggio un giovane africano ha massacrato a colpi di piccone tre innocenti passanti.
Il sacerdote ha celebrato il funerale di due delle tre vittime, conosce da vicino la comunità colpita ma non vuole limitarsi a leggere la tragedia come l’esplosione dei problemi di integrazione degli extracomunitari a Milano. Piuttosto è «l’imprevedibilità della vita. Soprattutto per chi ha la presunzione di riuscire a governarla sempre e comunque. Accrescere il numero di vigili o recriminare per il mancato tempestivo allarme ai carabinieri sono palliativi che non possono risolvere la questione più importante. Quella da cui scaturiscono tragedie come quella costata la vita a tre innocenti massacrati a colpi di piccone da uno sconosciuto».

«LA COMPOSTEZZA DEL DOLORE». Niguarda ha ancora addosso il dolore per quanto accaduto due sabati fa. Ma nella compostezza di questa sofferenza va ricercata la risposta a quanto accaduto. «Non si sono cercate spiegazioni né si sono date risposte», dice ancora don Fabio. «S’è invece fatto della propria coesione il punto d’appoggio da offrire gratuitamente a tre famiglie straziate».
Il pensiero, oltre che alle vittime, va a chi è stato capace di compiere tanto male, Adam Mada Kabobo, cittadino senegalese che non sarebbe dovuto essere in Italia perché espulso. Ma il sacerdote spiega che il punto di vista deve essere diverso: «Che sia clandestino lo dice la legge, ma ciò non spiega come sia possibile che, pure in un tessuto sociale degradato, un uomo perda la testa così. Credo si debba risalire a una domanda più forte e scomoda: quanto incide la solitudine nella disperazione e quanto siamo capaci di rispondere alla solitudine con la condivisione (…). L’operaio che uccide padre e figlio a Bernate Ticino o la mamma di Busto Arsizio che getta i propri figli dal balcone non sono clandestini. Piuttosto, mi sembrano soli. Disperatamente soli. E non esiste legge che curi i mali generati dalla solitudine».