Jacopone, mistico allo stato selvaggio

Senza ombrello, sotto il temporale

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Chi, sui libri di scuola, non ha tifato per il grande, selvaggio Jacopone da Todi? L’irregolare, lo scapestrato, il selvaggio poeta che ha incendiato la storia della letteratura italiana di fine Duecento (e anche la storia della lingua italiana) ritorna con una bella biografia scritta da un grande esperto, Franco Suitner (Donzelli, lire 22mila). Jacopone decisamente non smentisce le attese. La sua biografia viaggia sul filo di rasoio che separa l’ortodossia dall’esaltazione, l’amore a Cristo dalla deriva mistica. Non è certamente un modello di coerenza né di razionalità. Prima perso davanti alle passioni del tempo poi, dopo la scoperta che la moglie, morta nel crollo di una casa, portava addosso, segretamente, un cilicio, perso nelle passioni della mendicanza. Si lascia catturare da tutte le sbandate spiritualiste del tempo, eccede negli amori e negli odi, si esalta nell’attribuirsi ogni vergogna. S’imbarca in una lotta furente con papa Bonifacio VIII cui attribuisce ogni genere di cattiveria verbale (Lucifero novello, lengua de blasfemìa, divoratore del popolo di Cristo). Bonifacio VIII, che stinco di santo non era, gliela fa naturalmente pagare con una prigionia passata alla storia per la sua leggendaria durezza. Ma il fascino di Jacopone non sta nella girandola vorticosa della sua biografia. Ci sono due fattori che lo rendono assolutamente simpatico e prossimo a noi: uno è la lingua, l’altro è il senso del corpo. Rileggere i suoi versi riempie di immensa nostalgia, perché di fronte alla forza che le parole assumono in quelle pagine, sembra che l’uomo abbia perso qualcosa delle proprie capacità espressive. Chi mai sa allineare quella mitragliata di contrazioni, di parole che si incassano l’una dentro l’altra, di accenti e sussulti che hanno la fisicità delle cose? La risposta è il diagramma semi piatto di una lingua che oggi sembra aver perso il proprio sangue, che emette singhiozzi disperatamente sterili. Ma la risposta è anche nel secondo fattore che ci calamita verso Jacopone: il senso del corpo. Lui non censura niente, non ha problemi di morale, di cortesia o di pudore. È libero, senza complessi (non è l’unico in quel tempo della storia, come ha documentato il brillante articolo di Antonio Socci uscito su Panorama di fine luglio). E questo è il punto: la parola per lui ha la stessa concretezza del proprio corpo. È una cosa che si divincola come un organismo vivo. Il tutt’uno tra corpo e parola, questo è il tesoro potente di Jacopone. Il corpo è parola e la parola è corpo: “O vita mea emmaledetta mundana lussuriosa, vita de scrofa fetente, sogliata en merda lutosa, sprezzanno la vita celesta de l’odorifera rosa!”.

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