Italia della disoccupazione sul banco di prova

Il grafico della settimana

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Sabato 20 marzo il ministero del Tesoro ha sparato l’ennesima raffica di numeri dell’economia italiana: bene l’inflazione, in calo, male la crescita economica, in calo pure quella; male il disavanzo delle pubbliche amministrazioni, in aumento, bene il dato sul rapporto debito-prodotto interno lordo, con l’incidenza del primo in diminuzione. E così via, a cavallo fra leale schiettezza e toni propagandistici. Ma dove il rapporto mostra autentico imbarazzo, è quando viene al pettine la “vexata quaestio” della disoccupazione italiana. Ancora una volta il governo tende a minimizzare e a trovare scuse: l’occupazione crescerà solo marginalmente -si dice- abbassando il tasso di disoccupazione dal 12,3 al 12,2 per cento, perché crescerà la domanda di lavoro, ma crescerà anche l’offerta. Bugia! Nel 1999 l’ingresso di giovani sul mercato del lavoro sarà ridimensionato dall’ultima furbata del governo D’Alema: l’estensione dell’obbligo scolastico a 15 anni. Se, dunque, l’occupazione continua a non aumentare, è solo perché le politiche generali sono sbagliate. Un’occhiata ai dati dei principali paesi industrializzati permette di farsi un’idea della situazione: nei quattro anni fra il 1995 e il 1999 la disoccupazione è diminuita, in varia misura, in almeno 11 paesi ad alto reddito, mentre è andata peggiorando in 4 importanti paesi, fra i quali l’Italia, che dei 4 è quello che è peggiorato di meno, ma è anche quello con il tasso più alto. Negli ultimi quattro anni l’Italia è stata superata da paesi come la Finlandia e l’Irlanda, che in precedenza avevano tassi di disoccupazione più alti del nostro. All’interno dell’Unione Europea solo la Spagna e, probabilmente (non ci sono i dati ufficiali), la Grecia stanno peggio di noi. Da notare che non c’è un rapporto diretto fra l’andamento della disoccupazione e le maggioranze di governo dei vari paesi: sono migliorati sia paesi governati dalla destra e dal centro-destra come Spagna e Irlanda, dal centro come l’Olanda, dal centro-sinistra come Finlandia e Svezia e persino dalla sinistra come la Francia. Fra i paesi che perdono occupati c’è l’Italia che ha visto alternarsi tre draghi come Dini, Prodi e D’Alema, ma anche la Germania di Kohl e il Giappone sballottato fra liberali e socialisti. Dunque, più del colore dei governi contano le politiche praticate. Che in Italia, come in alcuni altri paesi, sono improntate a rigidità del mercato del lavoro, disincentivazione della crescita economica, fiscalità punitiva per le imprese. E così si finisce dietro la lavagna, coi somari.

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