Italia 2008. Su e giù dalla torre

Se Pdl e Pd facessero un accordo d’acciaio il 13 aprile, chi tenere e chi buttare? Consigli a Berlusconi e Veltroni per evitarci la noia di un film già visto

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Ma chi l’ha detto che Silvio Berlusconi e Walter Veltroni debbano essere incompatibili come l’acqua con l’olio? Che non si possano fondere come la creta col ferro? E che non si debba dar credito all’«idea (quasi) impossibile» rivelata dal Giornale di Berlusconi secondo cui al Cavaliere piacerebbe siglare un patto elettorale di quindici punti col Pd? Naturalmente Berlusconi s’è affrettato a smentire l’ipotesi («un’utopia») del quotidiano di cui è editore anche per evitare che agli alleati andasse di traverso la puzzola dell’inciucio. E pure gli avversari di sinistra hanno parlato di ipotesi irrealistica e remota. Eppure circolano idee come l’assegnazione della presidenza di una delle due camere a chi uscirà perdente dalle urne, si vocifera che sarà una campagna elettorale all’insegna del fair play (beato chi ci crede), si assicura a mezza bocca che nessuno ha voglia di rivedere un film già visto dopo i titoli di testa. Anche per non perdere consensi, conviene al Cavaliere rimandare la “scandalosa proposta” al dopo, dunque beccarsi come i polli di Renzo per due mesi e poi inventarsi qualcosa di ulteriormente innovativo dopo il Popolo delle libertà (che già è una bella rivoluzione rispetto all’idea  minima del quadrilatero con Fini-Bossi-Casini). A Veltroni l’intesa conviene, a meno che non desideri arrivare in ritardo anche al proprio funerale. Tenendo fede all’impegno di correre da solo perderà lodevolmente o pareggerà con giubilo, ma sicuramente eviterà il rischio in futuro di dover perennemente rimanere seduto su due sedie, con una chiappa al centro e l’altra periclitante a sinistra.
Intanto si potrebbe iniziare a valorizzare alcune figure e dimissionarne altre, alquanto ingombranti e datate in vista di una “utopica” e “scandalosa” intesa d’acciaio. Tempi ha messo in fila un po’ di nomi, con fare scanzonato e senza pretese (ma con qualche sorpresa). Eccole, in ordine alfabetico tutto sparpagliato.

Poiché sarà anche vero che il governo Prodi era traballante e che non cadeva perché non sapeva da che parte cadere, tuttavia è innegabile che il colpo di grazia è arrivato sul fronte giustizia. A un ministro – e che ministro, il Guardasigilli – è stata arrestata la moglie e, già che si era in zona, pure metà partito. Veltroni si deve liberare dell’ala più oltranzista del suo schieramento, quella che vagheggia ancora i fasti di Tangentopoli, quella che va dai Travaglio ai doppiocognomati Paolo Flores D’Arcais e Alberto Asor Rosa, che ingloba tutti quei leader (Antonio Di Pietro) e pseudo capibastone (Beppe Grillo) che ne bloccano qualsiasi possibile dialogo col fronte avverso, che non accetta nemmeno di sedersi a un tavolo per il timore che il Cavaliere gli sottragga pure quello. Veltroni dia loro soddisfazione: lasci alle anime belle lo sfizio di fischiare dalla platea, suggerisca Grillo per un posto a RaiClick, affidi a Marco Travaglio la casa editrice Kaos, lasci che Francesco Saverio Borrelli e Gherardo Colombo tengano corsi di legalità su Rai Educational, dia a Di Pietro la possibilità di grugnire in comizio nel mondo virtuale di Second Life. Berlusconi, da par suo, impegni Carlo Taormina per un paio d’anni nella preparazione di un centinaio di plastici di Cogne, chiuda a chiave Vittorio Sgarbi in qualche mostra libertina a Milano, conservi la sua giusta foga antigiudici nei soli pensieri senza esprimerla a parole, sappia valorizzare quei magistrati che sono a lui fieri avversari (Nello Rossi di Magistratura democratica), ma che hanno finalmente capito che è controproducente tener bordone ai vari Luigi De Magistris e Clementina Forleo. E poi non rimuova Michele Santoro, che tanto ci penserà il Pd a mandarlo all’Europarlamento al prossimo giro di giostra.
Sull’economia Veltroni apra alle idee di Giulio Tremonti, Berlusconi a quelle di Nicola Rossi. Che poi si coinvolgano personalità come il giuslavorista Pietro Ichino, il carismatico Giuseppe Bertolussi della Cgia di Mestre, il professore Giorgio Vittadini della Fondazione per la Sussidiarietà, l’economista Giulio Sapelli, l’ex rettore del Politecnico milanese Adriano De Maio conviene ad entrambi. In Confindustria farebbe la sua bella figura Bernardo Caprotti di Esselunga. Ha meno zazzera sopra la testa di Luca Cordero di Montezemolo, ma più idee innovative sotto.

Di Santoro si è detto. Berlusconi lasci il furbo Gianni Riotta al Tg1 in cambio della promessa di Veltroni di tagliare i ponti con Giovanni Minoli (che, però, continui a tradurre in italiano i bellissimi documentari della Bbc) e con Curzio Maltese (che, però, continui a scrivere in coppia con Piero Ottone sul Venerdì, così da fare anche loro la fine di Santoro). Si affidino le testate di sinistra (Repubblica e Unità) ad Antonio Polito e Stefano Menichini, direttori smaliziati cui piace giocare in contropiede. Poi Berlusconi spiazzi tutti e metta una buona parola per Ezio Mauro al Corriere della Sera. Ci guadagnerebbe, soprattutto se l’alternativa fosse Gian Antonio Stella. Per la direzione dell’Espresso si nomini Franco Cardini, così anche i giornali di destra capiscano finalmente che è inutile continuare a presentarlo come uno dei loro. Panorama a Giampaolo Pansa, il Sole 24 Ore a Pierluigi Battista, Altroconsumo (la rivista dei consumatori) a Sergio Rizzo, Cioè a Beppe Severgnini, Principesse Disney a Maria Laura Rodotà, Notizie radicali a Corrado Augias. Alla Stampa potrebbe andarci Magdi Allam, lasciando così libero Giulio Anselmi di coronare un suo vecchio sogno curiale e scegliere tra la direzione di Telepace e quella di Famiglia Cristiana.

A proposito del dialogo laici-cattolici Berlusconi ha un compito più facile: basta che non faccia nulla che ci pensa il Foglio di Giuliano Ferrara (che in tre lustri ha fatto più di cinquant’anni di Dc). Casomai potrebbe spingere per una candidatura di Francesco Rutelli a sindaco di Roma, di Paola Binetti alla Commissione Sanità del Senato, di Luigi Bobba alla Cisl, di Enzo Carra alla direzione del Riformista. Veltroni invece smetta di indugiare tra Piergiorgio Odifreddi e Paola Binetti, e neppure s’adagi su vie mediane quali Giuliano Amato. Faccia come la moglie di Berlusconi: finanzi il Foglio e non ci pensi più. Un’altra bella mossa, che farebbe piacere a santa romana Chiesa, sarebbe affidare il ministero dell’Istruzione a Luigi Berlinguer, il vecchio ministro che ha fatto per le scuole paritarie qualcosa di più del cattolico Er Bugia.

Su quelli che vengono orrendamente definiti “temi eticamente sensibili”, i nostri stanno sempre attenti a misurare accenti e sospiri. Intanto, però, nella società se ne dibatte assai e un leader che non si espone su queste vicende è un po’ come un dannato che pretende di non scottarsi all’inferno. In realtà, Veltroni spende qualche parola in più, mentre Berlusconi tace (anche se poi fa 18 con tre dadi, come nel caso dell’astensione record al referendum sulla legge 40). Utile sarebbe per entrambi trovare figure integralmente laiche o interamente cattoliche per far ripartire il confronto. I tiepidi e i dubbiosi hanno fatto il loro tempo: i laici e i cattolici “dell’ascolto” fanno più danni che altro, perché più votati al totem del dialogo che all’effettiva risoluzione dei problemi. Per questo Veltroni dovrebbe pensionare la pugnace Rosy Bindi e il cattolico Ignazio Marino, uno che con la scusa della fede è stato capace di sostenere i sì sulla legge 40, il sì al testamento biologico e che solo settimana scorsa, alla notizia che era stato creato un embrione con tre genitori, ha affermato di non vederci «alcun problema etico». Meglio Alessandra Kustermann, allora. Laica al 100 per cento, abortista, pro Ru486, già coordinatrice del Pd veltroniano in Lombardia. Certo che con lei si arriverebbe allo scontro su certi temi, ma almeno può vantare una competenza non indifferente in materia di maternità ed è donna pragmatica e, talvolta, sorprendente (ha appoggiato le posizioni di Roberto Formigoni sull’aborto ed è, fra i medici della Mangiagalli, quella che manda più donne al Centro di aiuto alla vita della brava Paola Bonzi). Veltroni dovrebbe anche rigettare sempre e in toto le posizioni del paguro socialista Enrico Boselli, mentre potrebbe cercare i consigli del radicale Lorenzo Strik Lievers, non certo un biascicapaternostri, ma nemmeno uomo accecato da paraocchi risorgimentali in materie bioetiche. Berlusconi, da par suo, potrebbe abbandonare definitivamente l’idea di candidare a qualche ruolo di prestigio Umberto Veronesi che, se è senz’altro un ottimo uomo Mediashopping (il prodotto che vende è se stesso che fa OK con le dita), è anche innegabilmente solo un grande oncologo. Dia piuttosto agio e spazio ad Angelo Vescovi, uno dei maggiori esperti mondiali di cellule staminali, taoista, battutista e barzellettiere al par suo, già paffuto volto della campagna per l’astensione ai tempi della legge 40. E poi, naturalmente a Eugenia Roccella e tutta la schiera di laici senza paraocchi che è venuta alla ribalta in questi ultimi anni, evitando contatti ben che minimi col fu capopolo del Family day, uno che s’illude di far crescere le rose bianche a metà aprile.  

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