Istanbul, la parola a chi protesta contro Erdogan: «Basta autoritarismo e basta sharia»

Una studentessa scesa in piazza Taksim racconta a tempi.it una rivolta nata dal bisogno di superare l’antico scontro fra islamisti e laicisti che lacera la Turchia

Sì all’uso del velo islamico nelle scuole. Hostess della Turkish Airlines con l’obbligo di portare gonne lunghe fino alla caviglia. Denunce per blasfemia. Giornalisti in carcere per esseri espressi contro il governo. Leggi contro il consumo di alcol nei luoghi pubblici. È a questa escalation, cominciata nel 2002 dopo la prima elezione dal premier Recep Tayyip Erdogan, che molti in Turchia hanno deciso di dire basta. Contrapponendo all'”islamizzazione” del paese avviata da Erdogan la storia della Repubblica di Atatürk, nata proprio in opposizione al potere teocratico ottomano.
In questo contesto, sabato scorso, è esplosa una rivolta contro il governo, seguita alla decisione di distruggere il parco Gezi di Istanbul per far posto non solo a un centro commerciale, ma anche a una moschea e a una caserma. «Non è più accettabile un modello del genere, anche se quello precedente a Erdogan non funzionava», spiega a tempi.it Melis O., 24 anni, studentessa presso l’Università del Bosforo di Istanbul che in questi giorni è scesa in piazza Taksim, luogo simbolo della rivolta antigovernativa.

Come mai il premier Erdogan è passato da un modello di Stato in cui ogni espressione religiosa era guardata con sospetto a uno filoislamico?
Non so perché abbia preso questa direzione. Ci sono sicuramente ragioni strategiche, legate alla posizione del paese rispetto agli altri stati del Medio Oriente. Anche se il primo ministro a questa stessa domanda risponderebbe di non volere assolutamente uno Stato teocratico. Di fatto, però, sta approvando leggi che impongono i precetti islamici. Prima era l’esatto contrario: qualsiasi espressione religiosa era vietata nei luoghi istituzionali. Non dico che il modello precedente fosse completamente giusto, ma Erdogan sta passando all’estremo opposto. Sulla misura contro gli alcolici ha detto, riferendosi a Kemal Atatürk e Ismet Inönü: «Accettate le leggi di due ubriachi e rifiutate le nostre che invece approvano ciò che comanda la religione». Poi, quando gli è stato chiesto chi fossero gli “ubriachi”, Erdogan ha risposto che non ricordava e che stava parlando a braccio. Questo episodio secondo me fa capire quanto la laicità sia in pericolo: Erdogan ha sposato chiaramente la sharia.

I giornali parlano della violenza di chi protesta. Come costruire un’alternativa in un clima simile?
Gli episodi di violenza sono circoscrivibili. Ci sono dei provocatori fra di noi, persone che cercano di armare la protesta. Ma i veri manifestanti sono senza armi, anzi denunciano gli estremisti che le usano. I giornali poi sono per la maggior parte faziosi e raccontano solo ciò che vogliono. Erdogan è un uomo furbo: i grandi media sono stati messi in mani amiche, perciò non dicono ciò che accade realmente. Per esempio, pochi giornali ricordano che la gente era scesa in piazza solo per protestare contro la demolizione del parco Gezi, non c’era altro fine, ma poi la polizia ha attaccato i manifestanti con i gas lacrimogeni. È per questo che sono cominciati gli scontri.

Chi sono le forze scese in campo? Il governo accusa l’opposizione socialdemocratica.
La protesta è compatta, rivali politici ora sono uno a fianco all’altro: ho visto i curdi e i membri del Mhp, il partito di Azione nazionale, uniti contro gli attacchi delle forze dell’ordine. Erdogan ha definito i manifestanti «tre o quattro sciacalli». C’erano centinaia di persone là fuori, esponenti di ogni categoria o classe sociale. Gente che non crede più nelle sue parole e nelle sue leggi.

Che cosa propone piazza Taksim?
La nostra proposta è questa: vogliamo una democrazia reale, in cui partecipare veramente alla gestione del potere. Ci piacerebbe che Erdogan, prima di imporre dall’alto quel che vuole, ascoltasse le esigenze della società civile: la vicenda del parco Gezi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La gente si aspettava di essere consultata, invece il governo ha deciso ancora da sé. Se un partito alternativo ancora non esiste, pensiamo che la politica turca abbia bisogno di rinascere dal basso.