Ispanici e donne per Trump, gli intellò cadono dalle nubi

Il voto delle minoranze sconvolge Pulizter e femministe. E ancora una volta il problema non è l’incapacità democrat di capire la gente ma “l’ignoranza””

“Siete solo dei cazzo di bamboccioni, i più cazzo di bamboccioni che io abbia mai sentito in tutta la mia cazzo di vita e per favore cazzo vedete di darvi una calmata cazzo – ho capito, ho capito quel Trump del cazzo non vi piace un cazzo, ma cazzo ne ho abbastanza e che cazzo”.

Ora vince Biden, ma la reazione isterica e infantile dei media a cui è servito poco, pochissimo, puntare sulla superiorità morale della sinistra e la narrazione del “vittimismo competitivo” (dicesi l’adesione impiegatizia a una visione del mondo suddivisa in categorie svantaggiate sulla base di razza, sesso e origine), è identica a quella degli amici, millennial come 40-50-60enni, denunciata da Bret Easton Ellis nel suo White dopo le elezioni del 2016: “Ogni volta che sentono nominare Trump sembra che si debba passar loro i sali”. Ma se allora Trump era diventato presidente degli Stati Uniti d’America togliendo il sonno ai liberal – vedi la nevrosi permanente degli editorialisti del Nyt -, oggi l’élite culturale fatica a raccapezzarsi con chi, a distanza di quattro anni, è tornato a consegnare a uno “squilibrato” il favore di mezzo paese.

IL TRADIMENTO DEI LATINOS, “ACQUA GELIDA IN FACCIA”

“Il tradimento dei latinos”, titolava Repubblica il 4 novembre chiedendosi come avesse fatto Trump a conquistare 160 mila voti in più tra gli ispanici soltanto a Miami, “ora ballano con Macho Trump”. Ma come, non era lui “quello del muro al confine messicano; della separazione dei dreamers, i bambini immigrati con genitori clandestini; il presidente che chiude il quadriennio con un +10 per cento di disoccupati fra i latinos?”. Non importa, “non abbastanza”.

Quattro anni di “safe space”, messa al bando dalle università di accademici non allineati, manifestazioni al grido “not my president”, il me too, le rivolte dei black lives matter e quelle dei pro choice, impeachment, la moltiplicazione dei diritti, l’avanguardia dei valori progressisti, la “gender revolution”, i cambiamenti climatici, il blackwashing a tutte le latitudini per combattere il razzismo sistemico, il suprematismo bianco, il sessismo, e nessuna onda blu. “Mentre guardavo i risultati in televisione ho avuto la sensazione che mi lanciassero in faccia dell’acqua gelida”, dice lo scrittore dominicano naturalizzato americano Junot Díaz a sempre Repubblica.

TUTTA COLPA DEI RAPPER E DELLA TRUMP MYSTIQUE

L’intellettuale – Pulitzer per la narrativa nel 2008, docente al Mit di Boston, nonché membro fondatore della fondazione VONA/Voices of Our Nations Arts Writing Workshop, che si pone l’obbiettivo di formare giovani scrittori di colore – trova “inquietante” che Trump sia stato capace di “sedurre anche comunità nei confronti delle quali ha mostrato aperta ostilità. Non è una novità che in questo paese c’è chi vota contro i propri interessi, e mi viene in mente il popolarissimo rapper Ice Cube, il quale si è schierato apertamente per il presidente: una delle tante vittime della cosiddetta Trump Mystique”.

(Parentesi, pare che anche la blasonata repulsione antropologica per Trump delle stelle di Hollywood soccomba alle vittime della Trump Mystique: anche Gianni Riotta in una sua analisi sulla Stampa a proposito di lusso e machismo trumpiano che “affascina i neri” dedica qualche passaggio paternalistico al rapper 50 Cent, che “forte di un patrimonio da 110 milioni di dollari (93 milioni di euro) critica il piano fiscale proposto da Biden, con lo slogan ‘Mica voglio diventare 20 Cent’” e al rapper Lil Wayne che “dopo aver incontrato Trump alla Casa Bianca, ha invitato sui social a votarlo, perché l’economia, non la politica, conta”. Secondo Riotta è questo il problema, “molti giovani neri vedono nello status, nella ricchezza, il successo sociale, non nella politica”).

E ANCORA, COME NEL 2016, IL PROBLEMA È “L’IGNORANZA”

Ma torniamo a Díaz: lo scrittore non si aspettava i colpi di scena, “ero convinto di un’onda blu, che non è arrivata”, dice che “fa impressione” che l’anticastrismo su cui ha puntato Trump in Florida “abbia presa più di sessant’anni dopo la rivoluzione cubana”, che un paese molto più conservatore di quanto potessimo immaginare potesse “prevalere anche sul culto dell’individuo e della piccola comunità” e che indubbiamente ha giovato a Trump una narrativa offerta dai suprematisti bianchi “abominevole, ma “certamente chiara”. Per Díaz queste sono state “elezioni deprimenti” e ritiene sia da studiare “perché una parte così grande degli elettori si sia affidata ad un folle incompetente” dopo “quattro anni così disastrosi”. Del resto crede che un punto di dialogo con loro sia possibile perché tra gli elettori di Trump “ci sono tantissime persone dignitose, tutt’altro che deplorevoli”.

Insomma, Biden non è stato ancora eletto ma il problema per la sinistra, oggi come nei quattro anni precedenti, non è ancora la nullità democrat o l’agenda di Biden, ma la rieducazione del popolo ignorante: poco importa all’80 per cento dei latinos stessero a cuore in primis economia, poi sanità e a seguire, immigrazione e razzismo.

“MIO DIO! MA IO VOTO COME LE DONNE NERE”

Un esempio clamoroso arriva dalla Stampa, che ieri riportava un’incredibile intervista alla scrittrice Erica Jong. La voce del femminismo americano cade dalle nubi (“Oh mio Dio! Ma davvero?”) quando il giornalista le legge gli exit poll sul voto femminile nelle presidenziali invariato o calato rispetto al 2016: per lei, sconvolta, “restiamo troppo ignoranti. Non siamo abbastanza informate sui nostri interessi, e su chi li cura”. Un esame di coscienza bizzarro considerato che oltre 68 milioni di persone hanno votato per The Donald, “Credo sia un folle, e non avrei mai pensato che qualcuno potesse votarlo”, “un misogino”.

Di più, mentre Biden ha perso consensi femminili rispetto alla Clinton, il vantaggio di Trump fra le donne bianche è salito dal 9 al 12 per cento: “Mio Dio! Io voto come le donne nere, perché loro sono più attente e interessate”. Quando il giornalista le fa notare che però il vantaggio dei democratici tra le donne nere è sceso dal 90 per cento di Clinton all’83 per cento di Biden, Jong risponde con la stessa sicumera di Díaz che parla di latinos sedotti da chi è loro ostile fino a votare contro i loro interessi: “Viviamo ancora in una società sessista, e alcune donne sono sessiste contro i loro stessi interessi. È tragico». Anche la ricetta antitrumpiana resta la stessa, “essere più preparate”, “informazione e istruzione”.

L’AGENDA DEM E IL VOTO CON LE PARTI BASSE

L’idea che le minoranze non abbiano accettato di farsi raccontare il mondo dalle élite culturali manda ai matti i giornali, ma anche i leader del vittimismo delle pulsioni barbariche e del clima d’odio del truce conservatore: se neri e latinos non hanno votato Biden, se da ex immigrati ritengono la clandestinità un problema o le violenze stile Blm un pericolo, se dopo una generazione di femminismo le donne non hanno aderito all’agenda tutta diritti dem, allora la colpa è solo di Trump.

Quando la rivista Rolling Stone gli chiese se, in quanto gay, non avrebbe dovuto votare a sinistra, Bret Easton Ellis rispose: “Questo suggerisce che io creda nella politica dell’identità, e che io voti con il mio pene. Sta suggerendo che l’immigrazione, l’economia e le altre politiche contino molto meno del fatto che io possa sposare un uomo. Questo è il problema con la politica dell’identità, ed è ciò che ha messo in difficoltà Hillary. Se hai una vagina, devi votare per Hillary. Le persone non sono elettori con una sola missione”. Né élite e giornali un arsenale autoritario di superiorità morale con un ben strano concetto di democrazia: se vince Biden è il trionfo della sovranità popolare, se vince Trump è il trionfo dei cafonissimi maschi bianchi senza laurea.

Foto Ansa