Il Paese dei Normali
Irina sotto i portici di Varese
Irina dorme sotto i portici vicino alla stazione di Varese. Non sempre nello stesso punto. Si sposta di qualche metro ogni notte, come se la città fosse un mare con correnti piccole.
Ha una coperta piegata con cura e uno zaino che non lascia mai incustodito. Dentro ci sono poche cose. Un maglione, una bottiglia d’acqua, un sacchetto con fotografie stropicciate.
La mattina si alza prima dei negozianti. Sistema il cartone contro il muro, piega la coperta come fosse un letto vero. Poi resta seduta a guardare la gente che passa.
Qualcuno le lascia un caffè. Qualcuno abbassa gli occhi. I più tirano dritto con il passo di chi teme che lo sguardo diventi un impegno.
Irina non chiede quasi mai. Ringrazia sempre.
Quando la vita perde l’equilibrio
Una volta lavorava in una mensa scolastica, racconta. Non insiste sui dettagli. Dice solo che la vita a volte perde l’equilibrio come una sedia con una gamba più corta.
Il pomeriggio cammina lungo il corso. Conosce gli orari della città meglio di molti residenti. Sa quando escono gli studenti, quando chiudono le banche, quando la luce cambia colore sui portici.
La sera torna nello stesso quadrato di pietra. Non dice che quella è casa. Ma lo prepara con una precisione che somiglia molto a una casa.
Sotto quei portici passano centinaia di persone. Irina resta. E in quella permanenza ostinata ricorda alla città che l’esclusione non è un luogo lontano. È sempre a pochi passi dal marciapiede.
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