Iraq. La scuola quest’anno non comincia in Kurdistan perché le classi sono piene di profughi

La scuola sarebbe dovuta cominciare un mese fa ma secondo il ministro dell’Educazione Pishtiwan Sadiq «abbiamo bisogno almeno di altri due mesi»

L’anno scolastico sarebbe dovuto cominciare un mese fa a Dohuk, provincia curda nel nord dell’Iraq. Anche se l’inizio ufficiale è stato rimandato di un mese tutte le classi sono piene: non di studenti ma di profughi. Cristiani, yazidi e membri di altre minoranze dormono tra i banchi, ammassati negli angoli delle stanze per far posto ad accampamenti di fortuna.

«ABBIAMO BISOGNO DI MESI». Non essendoci a disposizione campi profughi, in 650 scuole vivono più di 130 mila persone, scappate dalle rispettive città a causa dell’invasione dei terroristi dello Stato islamico. La scuola, dopo il primo rinvio, dovrebbe cominciare mercoledì ma nessuno ci crede, a partire dal ministro dell’Educazione curdo Pishtiwan Sadiq: «Abbiamo bisogno almeno di altri due mesi ma questa è solo la mia personale opinione», dichiara senza sbilanciarsi al New York Times.

MANCA L’ACQUA. Come previsto, l’enorme affluenza di profughi dalla piana di Ninive nel Kurdistan comincia ad influenzare la vita quotidiana di questa regione. «Non abbiamo alternative», dichiara il governatore di Dohuk, Farhad Atrushi, spiegando che non può spostare i profughi all’aria aperta e che per il momento l’educazione dei bambini deve passare in secondo piano. E questo non è l’unico problema: l’acqua era a mala pena sufficiente per gli 1,2 milioni di abitanti della provincia e ora che si sono aggiunti mezzo milione di profughi non è chiaro come il governo riuscirà a distribuire acqua a tutti.

«SPERIAMO DI RESTARE». Dentro la scuola elementare di Khabat, che normalmente ospita 150 studenti, ora vivono 174 persone. Sono stati costruiti bagni e cucine di fortuna e gli ospiti, soprattutto yazidi, sono felici. «Stiamo bene anche se nessuno ci ha detto quanto a lungo potremo restare qui», racconta Murad Ghalil, scappato dalla Siria fino in Kurdistan. La stessa angoscia e provvisorietà si percepisce nelle parole di Farhan Ghayab, curdo di religione musulmana, che abita con la famiglia in un’altra scuola di Dohuk: «Speriamo che il governo non ci chieda di andarcene. Sappiamo che qui non si può restare, perché l’educazione è importante ma continuiamo lo stesso a sperare». L’alternativa, per il momento, non esiste.