Io, omosessuale, alla veglia delle Sentinelle in piedi. Sono qui, anche per chi sta di là

La lettera di un partecipante all’ultimo raduno dei veilleurs italiani. «Io che per anni non ho saputo dove stare, oggi sono qui, fermo, in mezzo a una piazza, che lotto con la sola forza della mia presenza»

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sentinelle-in-piedi-vegliaRiceviamo e pubblichiamo una lettera-testimonianza di Giorgio, ragazzo che ha partecipato all’ultima veglia delle Sentinelle in piedi

Arrivo che la piazza è gremita.
Da lontano si sentono già le voci. Grida. Insulti.
Mentre mi avvicino e il cuore inizia a battere avverto qualche parola:

Maria, Maria, lo aveva già capito,
con un dito
l’orgasmo è garantito!

È la prima volta che sento qualcosa del genere. E non posso fare a meno di chiedermi chi sia Maria.
Me lo chiedo, perché non voglio credere che stiano parlando di Colei che ha dato il Figlio che amo.
Me lo chiedo, perché mi fa troppo male la verità.
Sono al semaforo. La piazza di là. Vedo la gente in fila, sereni. Circondati da un branco di cani arrabbiati.
No, non cani. Fratelli. Eppure, sembrano cani.
Quando hanno smesso di guardarsi come persone? Quando hanno scelto di rinunciare a sé stessi per il branco?
Dio sa se questi fratelli non mi lacerano il cuore.

Ho paura.
Posso ancora andarmene. Posso voltare le spalle a tutto questo.
Rifugiarmi nel mio anonimato e dimenticare.
So che, se attraverso questo incrocio, la mia vita sarà diversa. E ciò che c’era prima, non ci sarà più.

E poi lo faccio. Senza nemmeno sapere come, mi ritrovo di là, fra i manifestanti.
Prendo posto, apro lo zaino, tiro fuori un libro e leggo.
Le mani mi tremano, avverto il brivido di chi si è appena gettato nel vuoto.
Le voci nei megafoni continuano forti.

La famiglia tradizionale,
non è naturale,
ma patriarcale.

Sorrido.
Sì, lo è.
Patriarcale.
La famiglia si affida a un padre e poggia su una madre.
Questo è ciò che siamo chiamati a vivere, questo dobbiamo diventare: padri e madri.
Questo ci è stato portato via.
Non si tratta di generare figli o meno, di eccitarsi per una persona del proprio o di un altro sesso, né di sapere se il matrimonio sarà o meno la propria vocazione.
Si tratta di alzare lo sguardo dal proprio dolore, e ringraziare Dio per esso. Perché solo accogliendo il proprio dolore, possiamo riconoscere quello degli altri. E aiutarli.
Ed è ciò che faccio. Alzo lo sguardo, vedo il corteo che ci stringe gridando e mi commuovo.

Io, omosessuale, cattolico e innamorato di questo Dio.
Io con un Padre cui affidarmi, e una Madre Chiesa che mi ama.
Io che per anni non ho saputo dove stare, oggi sono qui, fermo, in mezzo a una piazza, che lotto con la sola forza della mia presenza. Con la mia paura, che è ancora qui, dentro di me, ma alla quale ho scelto da tempo di non dare più potere.
Il mio corpo, più volte usato per fare e per farmi del male, per abusare di me stesso, per chiedere disperatamente amore, oggi per il solo fatto di stare in piedi, dice più di quanto non abbia mai detto.

Dice dove sto.
Io sono qui e non sono di là.
E ciò che più mi sconvolge, io sono qui, anche per chi sta di là.
Questo luogo, questa presenza fisica, è il segno della mia presenza del mondo, è il modo in cui siamo chiamati a diventare uomini e donne di domani. Padri e madri. Anche per quei figli che non capiscono, che rinnegano, che ci odiano.
Che si odiano.
Perché i figli non si possono scegliere, ma solo amare.
Così ama Dio.
Così può amare l’Uomo.
Ed è proprio questo che mi sento adesso. Un Uomo.

Dopo aver creduto per tanto tempo che fosse il mio orientamento sessuale a dire chi sono, dopo essermi definito per anni omosessuale, ritenendomi una vittima innocente della vita, oggi per la prima volta, io mi sento un uomo, grato a quella stessa vita, da cui credevo di essere rifiutato.
Oggi do voce alla mia verità.
Sono una Sentinella in Piedi che guarda a un mondo nuovo.
Sono solo un uomo.
E questa è la mia storia.

Giorgio

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