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«La Verità è una!». Io, ebrea, e il mio maestro don Giussani

febbraio 22, 2018 Manuela Cantoni Camerini

Nell’anniversario della scomparsa del sacerdote brianzolo, pubblichiamo il ricordo di una sua studentessa al Liceo Berchet di Milano. «Tu di ebraismo non sai niente! Verifica te stessa, finalmente!»

Oggi è l’anniversario della scomparsa di monsignor Luigi Giussani (Desio, 15 ottobre 1922 – Milano, 22 febbraio 2005). Qui di seguito pubblichiamo la postilla della studiosa ebrea Manuela Cantoni Camerini al libro Sulle tracce di Cristo. Viaggio in Terrasanta con Luigi Giussani a cura di Luigi Amicone.

Al liceo Berchet ero arrivata da pochi giorni – classe II, sezione C – in seguito a un incidente di percorso che m’era capitato alla scuola ebraica, la mia seconda casa dall’asilo in poi. Mi sembrava tutto strano, la quantità di compagni (36 e tutti italiani!), i professori seri e distaccati, in confronto a quelli assolutamente “anticonvenzionali” cui ero abituata (due erano cugini di Primo Levi, una cugina di Lele Luzzati) con i quali il rapporto era libero e rumoroso. Ed ecco, nell’aula entrò una specie di forza della natura a scompigliare quegli alunni un po’ assonnati, la tonaca svolazzante, la cartella nera gettata sulla cattedra. Il professore di religione: un prete. Era il primo con cui mi rapportavo da vicino, in quei miei sedici anni compiuti da poco avevo scambiato qualche timido saluto solo con Don Albino, il parroco di Levanto, mentre ero in vacanza. Iniziò la lezione, la voce roca chiese: “Se vedo uno per la strada e poi guardo me stesso, che cosa faccio?” . Silenzio assoluto, tutti ammutoliti: nella mia scuola, alla domanda di un professore seguiva un putiferio, ognuno voleva dire la sua, le voci si accavallavano nelle opinioni più disparate. Azzardai: “Un confronto?”. Mi rispose con quella che doveva diventare la cifra dell’incontro con don Giussani: “Una verifica”.

Ero incuriosita dal personaggio, pur essendo esentata dall’ora di religione a volte mi fermavo ad ascoltare parole e concetti assolutamente nuovi. I miei professori erano dolci, c’insegnavano e spiegavano preghiere e Torà con mitezza, quasi sottovoce: molti, dopo la guerra, s’erano trovati vivi per miracolo o per caso, senza più nessuno delle loro famiglie. Don Giussani parlava di scandalo e di Dio: i miei genitori di Dio non parlavano affatto, e lo scandalo – se mai fosse saltato fuori – sarebbe stato ben altro. Papà lavorava senza sosta, divideva il tempo fra la sua professione di pediatra e la ricostruzione di quella Comunità che stava appena riprendendo fiato, nel costante anelito a un ritorno alla “normalità”. Si parlava di “prima” e di “dopo”, il termine shoà non era ancora in uso: e – aldilà dell’osservanza delle feste prescritte –  il nostro ebraismo si attuava in un’etica rigorosa e assoluta del vivere quotidiano; poca sinagoga, tanto pragmatico “fare bene”.

Poi, un giorno, don Giussani lanciò quello che mi parve un grido di battaglia: “La Verità è una!”. Feci un balzo sulla sedia. Se solo l’avessi ripetuto a casa, sarei stata fulminata con gli sguardi, in tutte le nostre famiglie crescevamo con una regola infrangibile: la Legge di Mosè, chi la piglia da capo e chi da piè. Guai a chi non rispettasse l’opinione altrui, le mille sfaccettature con cui ognuno poteva dirsi e sentirsi ebreo, la sua modalità nel metterlo in pratica.

Inseguivo per il corridoio don Giussani sempre più spesso, contestandolo con la mia petulanza di adolescente, finché un giorno mi tuonò addosso “Tu di ebraismo non sai niente! Non si può essere ebrei solo perché lo sono i genitori: verifica te stessa, finalmente!”. E il mio viaggio incominciò.

Una vacanza con GS in Sicilia, un raduno ad Assisi. Un po’ di Torà e un po’ di Vangeli. Domande a cui non sapevo rispondere. Secondo un’altra delle espressioni care al lessico giessino, “andai in crisi”: e venni regolarmente bocciata agli esami di maturità.

Tornai alla mia vecchia scuola con tutt’altra consapevolezza, la superficie liscia della buona borghesia ebraica italiana era stata incrinata e poi incisa a fondo. Adesso seguivo le lezioni di ebraismo e le letture dei commentatori con curiosità e passione, ritrovavo le origini, finalmente iniziavo a capire la nostra storia, il mio popolo.

Non ho più smesso di cercare: di volta in volta, nelle varie fasi della mia vita, in Italia e a Gerusalemme, dove ho abitato per cinque anni con mio marito, mi sono scelta i Maestri con cui percorrere un tratto di strada: Maestri assai diversi nell’approccio ai testi, da chi s’atteneva al significato più vicino a quello letterale a chi ne dava l’interpretazione più libera e filosofica, nella miglior tradizione talmudica; e ogni volta la pagina tornava nuova, pure se affrontata ormai molte volte.

Non ho più rivisto don Giussani. Ma sono sicura che, se ne avessi avuto l’occasione, avremmo continuato a dialogare, e certamente a discutere. Mi chiedo spesso se avrei iniziato il mio cammino senza quella provocatoria asserzione di unicità della Verità, specie oggi che ho accolto in me la lezione di Haim Baharier, secondo cui “l’unica lingua – l’unico pensiero – porta a un arrogante sentirsi in grado d’erigere una torre fino a Dio. Confondere e moltiplicare le lingue è la risposta misericordiosa, è l’invito allo sforzo di capire l’altro da sé, a mediare, a non escludere: non punizione, ma dono incommensurabile!” Con l’aiuto di mio marito, ho passato quest’insegnamento alle mie figlie, che l’hanno vivificato e fatto crescere, condividendo coi loro amici e compagni di studi una conoscenza dell’ebraismo che pochi decenni fa sarebbe stata inimmaginabile.

Probabilmente ero l’unica ebrea nel Duomo gremito, il giorno dei funerali di don Giussani. Provavo una grande tristezza e un’infinita riconoscenza per tutto ciò che dal nostro incontro era scaturito. Ma, soprattutto, dentro di me cantavo per lui – ancora una volta, un’ultima volta – quel versetto del Salmo 33 che tanto, tanto tempo fa avevo insegnato ai giessini ad Assisi: ine ma tov uma naim, shevet ahim gam iahad, ecco che cosa è buono e gioioso, stare come fratelli, insieme!

Foto Ansa

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