Io che per primo raccontai Medjugorje non precluderei a Maria il mestiere di “postina”

Tornai altre volte in Erzegovina. Notai l’espansione turistica. Ovvia. Lourdes e il Vaticano non sono da meno. Almeno non si doveva espletare i propri bisogni nella boscaglia

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MEDJUGORJE

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Riassunto della precedente puntata. Il caso Medjugorje visto dal cronista (io) che grazie a Il Sabato ne introdusse la notizia al vasto mondo. Appresi di queste apparizioni da un sacerdote a Castel Gandolfo. Feci ricerche con un giornalista-storico, Antonio Pitamitz. Il titolo fu: “Forse una nuova Fatima nel cuore della Jugoslavia” (ottobre 1981, quattro mesi dopo le prime apparizioni). I dirigenti di Solidarnosc a Danzica ne furono sconvolti, informati da Luigi Geninazzi. Hans Urs von Balthasar fu subito interessato.

Perché rievocare queste vicende? Per dare testimonianza. Ho deciso, non per pigrizia, di attingere solo dalla memoria e non compulsare carte, nastri, foto. Non saprei che cosa privilegiare. A suo tempo decisi di non scrivere libri su queste cose. Mi pareva sfruttamento. Dico la mia. Alla Boris: un po’ umilmente, un po’ (tanto) presuntuosamente. Ero arrivato nel mio racconto alla caterva infinita di telegrammi, raccomandate inviate dai lettori del Sabato a Belgrado, e che consentirono la liberazione dalle carceri comuniste di padre Jozo Zovko, il parroco che aveva creduto alle apparizioni e aveva difeso i ragazzi dalle minacce di morte della polizia purché ritrattassero: non ritrattarono.

Il tempo passava. Siamo sul finire del 1982 oramai, e le testimonianze si infittivano. Alcuni amici, partiti alla cieca, si trovarono dinanzi l’esperienza di una parrocchia poverissima fervente di preghiera, intorno a fatti misteriosi. Si diffusero le prime notizie di miracoli, roba seria, testimoniata. Alla fine partii per Medjugorje in auto, a fine maggio del 1983. Ero molto noto da quelle parti, perché dall’Italia la gente arrivava con i miei articoli ritagliati. Rimasi sul luogo delle apparizioni, vi assistetti, ne fui profondamente toccato. Confessioni e confessioni, rosari, il dialogo semplice dei ragazzi che raccontavano ai pellegrini curiosi la loro esperienza. Volevo capire. Ascoltai il sacerdote che li seguiva spiritualmente, il francescano padre Tomislav Vlasic. Ma volevo parlare con il vescovo, residente a Mostar, che sapevo contrarissimo, monsignor Pavao Zanic. Suonai alla sua porta. Ero un ragazzo, avevo 28 anni, fu paziente. Venendo a Medjugorje avevo incontrato l’arcivescovo di Spalato, Frane Franic, certo invece della verità della narrazione dei veggenti. Mi riuscì, nel mio piccolo, un colpo memorabile. Organizzai un incontro-confronto tra i due pastori croati nell’episcopio di Spalato. Ciascuno sostenne le sue ragioni. In sintesi. Zanic: «È il diavolo». Franic: «È la Madonna». Ci fu un momento in cui però Zanic ebbe un sussulto e confessò: «Marjia è come Bernadette Soubirous», la veggente di Lourdes. Trascrissi tutto questo. L’esordio del mio articolo al ritorno, lo cito a memoria, fu: «Che ne sarà di questi ragazzi?».

Accadde che da Basilea scrisse Balthasar, su un cartoncino con la stilografica blu, in francese. Si dichiarava certo dell’intervento della Madonna a Medjugorje. Le sue ragioni: 1) perfetta continuità dei messaggi con Lourdes e Fatima; 2) frutti copiosi di conversione; 3) testimonianza di vita da parte dei ragazzi. Rispose anche all’obiezione: perché tante apparizioni? Perché così la Madonna manifesta la sua crescente preoccupazione e sollecitudine per la Chiesa e per il mondo. Il Sabato pubblicò il tutto.

I consigli di Von Balthasar ai ragazzi
A questo punto mi trovai in redazione padre Tomislav: mi chiese se potessi accompagnarlo da Balthasar per un consiglio. Ci andammo in auto. Feci da interprete tra il direttore spirituale dei ragazzi e il teologo che aveva consuetudine con fenomeni mistici (per chi voglia sapere, cerchi su internet Adrienne von Speyr). Balthasar motivò le sue tranquille certezze. Poi diede un consiglio al padre: «I ragazzi parlino il meno possibile. Il loro modello sia santa Bernadette, che disse l’essenziale. Non siano come suor Lucia che ha combinato pasticci e ha rischiato di compromettere il messaggio di Fatima: preghiera, conversione, digiuno». Quell’incontro si concluse sul terrazzo di Arnold Böcklin-Strasse 42, Basel. Balthasar era felice, in cravatta. È la foto che usarono le edizioni Paoline. E sta pure sulla copertina della biografia di Elio Guerriero dedicata a Balthasar (dove peraltro si evita accuratamente di citare il sottoscritto, ma ci sono abituato).

Tornai altre volte a Medjugorje. Notai l’espansione turistica. Ovvia. Lourdes e il Vaticano non sono da meno. Almeno non si doveva espletare i propri bisogni nella boscaglia. Nel 2003 mi telefonò il cardinal Bertone, allora arcivescovo a Genova. Mi parlò di Medjugorje, riteneva assurdo il proliferare di cartelli con scritto: “Domani la Madonna apparirà al palazzetto alle ore 18”. Forse anche quando era annunciato in un paese l’arrivo di Gesù passava qualcuno a dire: raccogliete i malati, domani miracoli all’ora decima. E quanto al fatto che la Madonna non fa la postina, mi chiedo perché mai le sia precluso questo mestiere. Lavava i panni, filava, magari portò anche lieti annunzi. Fine racconto. (Padre Vlasic – per completezza – si è sposato, dice cose strane. I ragazzi sono sposati, madri e padri, bravissime persone).

Foto Ansa

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