Intervista al fratello di Terri Schiavo: «Quanti frutti nati dall’uccisione di mia sorella»

Bobby Schindler a tempi.it: «Sono andato avanti solo grazie alla fede in Gesù. Faccio tutto quello che posso per salvare altre vite che si trovano in pericolo, come mia sorella. Non voglio che nessuno più debba morire come è morta lei».

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

«Sono cattolico, ed è solo grazie alla fede in Gesù che sono riuscito ad andare avanti». Racconta così a tempi.it Bobby Schindler (nella foto), il fratello di Terri Schiavo, la donna che negli Stati Uniti è stata fatta morire di fame e di sete il 31 maggio del 2005 su ordine di un giudice nonostante il parere contrario della famiglia. Sempre nel 2005 Schindler ha fondato il “Network Terri Schiavo per la vita e la speranza”, «per far sì che quello che è successo a mia sorella non avvenga mai più».

Signor Schindler, ora sta aiutando la famiglia di Gary Harvey, ci spiega meglio il suo caso?
Il suo caso è simile a quello di mia sorella. Nel 2006 è caduto dalle scale e ha riportato gravi danni al cervello. Gary ora ha bisogno di essere accudito, viene nutrito e idratato in modo artificiale ma per il resto non è né in coma né in stato vegetativo. I suoi tutori legali, la Contea di Chemung, hanno cercato di farlo morire negandogli alimentazione e idratazione. Per questo stiamo aiutando la signora Harvey nella sua battaglia legale, per togliere la tutela del marito alla Contea e affidarla a me, con l’aiuto del network. Entro la fine di gennaio dovrebbe arrivare la sentenza della Corte suprema dello Stato di New York e siamo fiduciosi di ottenere quanto richiesto.

Perché cercate di togliere alla Contea la tutela legale?
Non solo hanno cercato di uccidere Gary, ma si rifiutano di fargli intraprendere un percorso di riabilitazione che potrebbe migliorare le sue condizioni di vita. Non so quanto potrebbe migliorare, è difficile dirlo, ma sarebbe utile. Le persone come Gary, inoltre, hanno bisogno di essere difese perché nella nostra società è molto facile che le leggi non garantiscano le cure di base alle persone che soffrono di gravi danni al cervello. Questo succede perché il valore della vita è sempre meno importante per noi.

Perché ha fondato il “Network Terri Schiavo per la vita e la speranza”?
Io, come anche la mia famiglia, vorrei che nessuno venisse ucciso come mia sorella. Queste cose non devono più succedere: lei non era malata, non era in coma, non era in stato vegetativo e l’hanno fatta morire di sete dopo 13 giorni di agonia.

Quello di Terri Schiavo è stato uno dei primi casi in cui per una presunta
“compassione” si è arrivati a uccidere una persona. Ma non è stato
l’unico.
Purtroppo negli Stati Uniti, a seconda dei diversi Stati, l’idratazione e l’alimentazione artificiali sono considerati un intervento medico straordinario o un trattamento di base. Il problema però è che la società non riesce più a guardare in faccia la sofferenza e si parla di omicidio come di un atto compassionevole. Ma lasciare morire una persona di fame e di sete non ha niente di compassionevole. La sofferenza fa parte delle nostre vite e noi dovremmo imparare ad affrontarla.

A sette anni dall’uccisione di sua sorella, come vive quello che le è accaduto?
È difficile: si va avanti giorno dopo giorno, vado al lavoro ogni mattina e faccio tutto quello che posso per salvare altre vite che si trovano in pericolo, come mia sorella. Non voglio che nessuno più debba morire come è morta lei. Però, grazie alla morte di Terri, noi siamo riusciti ad aiutare un migliaio di persone , tantissime famiglie: questo è uno dei molti frutti positivi della morte di mia sorella.

State pensando a qualche progetto in particolare con il vostro network?
Sì, stiamo lavorando a un centro di riabilitazione per persone che hanno subito gravi danni cerebrali. Speriamo in un paio d’anni di aprirlo. Vogliamo permettergli di migliorare la loro condizione. Questo è il modo giusto di affrontare la sofferenza e non eliminare la persona con la sua sofferenza, una cosa che non ha niente a che vedere con la compassione. Nessuno può avere il diritto di uccidere un’altra persona.

Come ha fatto ad andare avanti in questi sette anni dopo che sua sorella, contro la propria volontà e contro quella dei suoi familiari, è stata lasciata morire?
Grazie alla mia fede in Gesù e alla mia famiglia. Io sono cattolico, ho pregato molto, vado a Messa tutti i giorni. Dio mi ha fatto vedere i segni del suo amore ogni giorno, attraverso le persone che ho incontrato e che siamo riusciti ad aiutare.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •