Interrogativi amletici (e una certezza) su un referendum finito male

Terrazze romane 15

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Chi o cosa ha contribuito di più ad allontanare la maggioranza degli italiani dalle urne e ad affondare perciò il referendum contro la residua quota proporzionale della legge elettorale, accusata di far vivere o nascere troppi partiti? La guerra nei Balcani, che ha distolto l’attenzione dalla “bega” referendaria? L’imprudenza di Veltroni, che indicando nelle elezioni a doppio turno l’obiettivo finale della battaglia referendaria ha allarmato i monoturnisti? Le esibizioni tribunizie di Di Pietro, che quando parla ti fa desiderare di diventare sordo? L’imprudente avvio alla Camera, con il consenso di molti referendari, di una riforma del regolamento che, abbassando da venti a dieci i deputati necessari per la costituzione di un gruppo, moltiplicherebbe scissioni e partiti? La pretesa di Prodi di arruolare sotto l’Ulivo, magari a forza di calci d’asino, tutti i sì del referendum? Il fango buttato su chi non aveva voglia di votare, presentato come un mezzo sovversivo nonostante il cosiddetto quorum referendario fosse e sia prescritto dalla Costituzione, non un capriccio della legge ordinaria? Una cosa è certa. Nessuno se la può prendere con il buon Dio, che ha fornito agli elettori del 18 aprile condizioni climatiche adatte più alle urne che alle gite.

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