Intercettazioni, arriva la “riforma”. Scritta dalle toghe per le toghe

L’ultima vergogna che macchia la politica italiana? A decidere le nuove norme sulle intercettazioni, ormai s’è capito, non sarà il Parlamento, ma le procure

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Pubblichiamo la rubrica di Maurizio Tortorella contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

È l’ultima, indelebile vergogna che come una macchia nera cade sulla politica italiana. Tutta la politica: di destra, di centro, di sinistra. Anche i presunti “tecnici” fanno parte del mazzo dei vergognosi. Vergogna, sì. Perché a scrivere le nuove norme sulle intercettazioni, ormai s’è capito, non sarà il Parlamento, ma le procure: alcune hanno già cominciato a darsi regole autonome con circolari interne. E altrettanto sta per fare il Consiglio superiore della magistratura.

Lo ha annunciato esplicitamente il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini. Anche lui è un politico (del Pd, incidentalmente), però parla a nome delle toghe. Legnini ha solennemente pronunciato frasi che in certi casi muovono inevitabilmente al riso: «Le frequenti, indebite divulgazioni di conversazioni estranee ai temi d’indagine e relative alla vita privata di cittadini, spesso neanche indagati, rischiano di compromettere il prestigio e l’immagine dei titolari dell’azione penale e della polizia giudiziaria».

Cioè, udite-udite, la gogna delle conversazioni intime sbattute sui giornali non va a disastrare la vita dei cittadini coinvolti. A preoccupare il Csm non è l’immagine dei poveretti che finiscono nelle intercettazioni suddette, spesso non indagati. No: l’unica preoccupazione è l’immagine dei magistrati.

Risultato? La settima commissione del Csm ha subito acquisito le circolari da poco adottate in materia dalle procure di Roma, Torino, Napoli e Firenze, e ha avviato un impegnativo programma di lavoro che punta a una riforma. Alla fine, promulgherà un “atto di regolamentazione” destinato a tutte le procure d’Italia.

Tutt’al più un vademecum
Il problema non è soltanto l’esproprio del Parlamento, ma anche il risultato concreto cui si arriverà. I procuratori di Milano, Roma, Napoli e Firenze, con qualche differenza tra loro, hanno infatti vietato alla polizia giudiziaria, quella che ascolta materialmente le telefonate, di trascrivere le conversazioni non penalmente rilevanti. I pm, così, non dovrebbero poter allegare quei brogliacci alle loro richieste di misure cautelari.

Il lato nero della soluzione è che l’unica autorità cui spetterà di decidere che cosa sia penalmente rilevante e che cosa non lo sia è l’accusa. Il giudice avrà accesso a tutte le carte dell’accusa (ci mancherebbe!), ma dovrà essere particolarmente coscienzioso per andare a fare verifiche accurate, per stabilire se nei faldoni delle indagini e nelle bobine non si nasconda qualche elemento favorevole alla difesa, che il pm ha celato sotto l’etichetta di “penalmente irrilevante”. Quanto al difensore, be’ dovrà accontentarsi di quel che gli verrà dato in mano.

Paradossalmente, di fronte all’iniziativa del Csm, alcune procure sono già scese in campo. Protestano. Temono forse di essere private dello strumento che permetterà loro di continuare quel gioco al massacro che tanto piace ad alcuni pm. In realtà, le linee guida che il Csm stabilirà saranno tutt’al più un vademecum, non un provvedimento inderogabile. Difatti Legnini ha subito tranquillizzato tutti: nessuna invasione di campo. «Metteremo a disposizione di tutte le procure un atto di autoregolamentazione uniforme, cui ciascun magistrato inquirente potrà attenersi o ispirarsi».

Quindi, preparatevi. Dopo Roma, Torino, Napoli e Firenze altre procure seguiranno l’onda, e altre circolari si aggiungeranno a quelle già emanate. Intanto il Csm continuerà nella farsa della sua riforma-non riforma. E la politica? Quella, come sempre, guarderà altrove.

Foto Ansa


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