Intercettazioni. Passi avanti, con qualche “contraddizione”

Bene le restrizioni sulla pubblicabilità, ma non tutto torna. Intervista a Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle camere penali

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Il 2 agosto la commissione Giustizia del Senato ha approvato il suo testo di legge-delega al governo per la riforma del Codice penale e di quello di procedura, che ha apportato importanti modifiche al testo varato dalla Camera dei deputati.
Beniamino Migliucci, dal settembre 2014 presidente dell’Unione delle camere penali, dice: «Il Senato ha fatto un buon lavoro perché ha migliorato le modifiche al Codice indicate dalla Camera e ha mostrato di saper resistere alle richieste più oltranziste dell’Associazione nazionale magistrati».

E sulle intercettazioni? Le Procure di Roma, Torino e Napoli hanno deciso di evitare la pubblicazione di notizie penalmente irrilevanti.
Con le loro circolari le Procure hanno di fatto “confessato” che le cose da troppo tempo non vanno secondo quanto prescrive il Codice. È stato un problema che i pubblici ministeri hanno colpevolmente ignorato, per anni. Se uno volesse essere malizioso, ci sarebbe da chiedersi perché si muovono soltanto ora.

E lei, se fosse malizioso, che risposta si darebbe?
Che si vuole dare “un’indicazione” alla politica, che finalmente si sta muovendo. Lo stesso vale per il Consiglio superiore della magistratura…

Che alla fine di luglio ha varato nuove linee-guida restrittive sulla pubblicabilità delle intercettazioni. Un segnale positivo, o no?
Alcuni spunti del provvedimento sono certamente condivisibili. Ma poi uno si domanda: perché il Csm interviene proprio ora, mentre il Parlamento sta discutendo della legge-delega al governo sulla riforma del Codice penale? E soprattutto: il Csm deve esprimere un parere sulle intercettazioni?

La sua risposta?
È un “no”. Perché a riformare il Codice non possono essere né i pm né il Csm. Dev’essere il Parlamento. La nostra preoccupazione è che la politica accolga il “vassoio d’argento” con le proposte dei magistrati per assecondare l’autorevolezza della fonte. I magistrati possono essere interpellati dalla politica. Quel che contesto è la “sistematica partecipazione consultiva” del loro sindacato nella predisposizione delle norme. Sono queste le parole che ha usato il ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Che cosa ha stabilito in materia d’intercettazioni la commissione del Senato?
La delega è più precisa di quella varata dalla Camera, ed è un bene. Ma risente di qualche contraddizione. Sicuramente positiva è l’indicazione che vuole garantire riservatezza alle comunicazioni tra l’avvocato e il suo assistito, e che dà piena rilevanza alla funzione della difesa. Il problema è serio: il 73% dei penalisti italiani sostiene che, anche se il Codice lo vieta, le loro conversazioni con il cliente vengono intercettate.

E le intercettazioni non pertinenti al reato, o che coinvolgono casualmente persone non indagate?
Il Senato postula «la tutela della riservatezza di comunicazioni e conversazioni delle persone coinvolte occasionalmente nel procedimento e delle comunicazioni non rilevanti» penalmente. Il testo licenziato dal Senato è molto esplicito. Se troverà una corrispondente attenzione nel legislatore-governo, sarà decisamente un bene.

Quindi, in base alla riforma, che cosa deve fare il pubblico ministero delle intercettazioni?
Deve “assicurare la riservatezza” degli atti e delle intercettazioni. E fino alla fine delle indagini preliminari deve custodirli in un archivio riservato, con «facoltà di esame e di ascolto, ma non di copia» da parte dei difensori e del giudice.

Questo vi soddisfa?
Direi di no, perché dimostra ancora diffidenza per la funzione difensiva: le parti devono avere gli stessi diritti. L’unico pregio, se passasse questa posizione, sarebbe che tutto il materiale sarà nelle mani del pm. A quel punto, l’unico responsabile di eventuali fughe di notizie non potrà essere che lui.

Foto Ansa

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