Indonesia nel mirino dell'Isis: famigliole kamikaze nel "paese dell'islam tollerante"

Quattro attentati in poche ore, tutti messi a segno da due diverse cellule terroriste composte da papà, mamma e figli, confermano le mire del Califfo sull’area

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Un altro attentato suicida in Indonesia. Sempre a Subaraya. E sempre messo a segno da una famiglia, stando alle informazioni raccolte presso le forze dell’ordine locali dalla Bbc. A bordo di due motociclette, papà, mamma e tre figli si sarebbero fatti saltare in aria presso il quartier generale della polizia della città. Sei civili e quattro agenti sarebbero rimasti feriti, mentre una bambina di 8 anni, membro della famiglia kamikaze, sarebbe sopravvissuta all’esplosione, scrive ancora la Bbc.
LA STRAGE DI DOMENICA. Già ieri, domenica 14 maggio, il giorno della settimana più importante per i cristiani, proprio a Subaraya tre chiese di diverse confessioni (una cattolica, una pentecostale e una evangelica) sono state colpite da tre diversi attentati architettati ed eseguiti da un’unica famiglia. I morti sono 13 e i feriti almeno 41, ma la strage nelle intenzioni del commando familiare doveva essere ancora più devastante, visto che nei luoghi delle esplosioni sono stati trovati altri tre ordigni intatti. Ricostruisce Repubblica:

«I primi a farsi esplodere sono stati i due figli adolescenti: Yusuf, 18 anni, e Alif di 16, lanciatisi con una moto carica d’esplosivo sul sagrato della chiesa cattolica di Santa Maria Immacolata dove la prima messa, quella delle 7.30 stava per incominciare. Cinque minuti dopo è stata la madre, Puji Kiswati, 43 anni, a farsi esplodere insieme alle figliolette Fadilia di 12 anni e Rizkhita di 9, nel parcheggio della chiesa calvinista di Diponegoro, innescando le cariche esplosive nascoste sotto i vestiti all’esterno dell’edificio perché, secondo i primi testimoni, un vigilantes stava cercando di bloccarle. Infine è stata la volta del padre. Dita Supriyanto, 48 anni, si è lanciato con la Toyota carica d’esplosivo da cui aveva fatto scendere moglie e figlie poco prima contro una chiesa pentecostale nel centro della città».

LE MIRE DELL’ISIS. Una cellula jihadista composta da una famiglia intera non si era ancora vista. E in Indonesia ne sono entrate in azione due diverse nel giro di poche ore. Segno che lo Stato islamico (che ha rivendicato l’attentato di ieri) sta davvero cercando di trasportare nel Sud-Est asiatico il suo fronte di conquista, come spiegava Tempi già l’anno scorso. Stando alle ricostruzioni dei giornali, Dita, il capofamiglia/capocommando della strage di domenica, faceva parte di Jemaah Anshorut Daulah (Jad), che tre anni fa ha giurato fedeltà all’Isis. Secondo fonti di polizia circolate fra i media internazionali, addirittura l’intera famiglia era stata di recente in Siria a combattere tra le file dei miliziani islamisti del califfo Al Baghdadi.
«NEBULOSA PERICOLOSA». La Jad, scrive oggi sul Corriere della Sera il giornalista esperto di intelligence e di guerra al terrorismo Guido Olimpio, è «una nebulosa pericolosa che potrebbe essere protagonista di nuove incursioni. Il massacro è stato preceduto da una rivolta in un carcere e da uno scontro a fuoco a Sukabumi dove 4 mujaheddin sono stati eliminati dai reparti speciali. Ultimi episodi di una lunga serie». Olimpio sottolinea anche due aspetti inquietanti che hanno caratterizzato gli attentati alle tre chiese cristiane di ieri, e che a questo punto valgono anche per il nuovo attacco di oggi al quartier generale della polizia di Subaraya:

«Il primo, orrendo: le bambine coinvolte in una missione sacrificale, forse le più giovani tra quelle impiegate da movimenti radicali. Risvolto tattico peraltro comune ai nigeriani di Boko Haram non hanno avuto remore a utilizzare minori. Il secondo, già visto: la cellula familiare. È dagli anni Novanta che gli estremisti creano il micro-gruppo usando i parenti. Perché aumenta la compattezza, i membri si fanno coraggio uno con l’altro, è più difficile infiltrarlo e, al tempo stesso, favorisce i contatti senza suscitare troppi sospetti. A Surabaya il padre non solo ha fatto da cattivo maestro ma ha guidato il suo commando personale».

STATO MODELLO. L’Indonesia, 260 milioni di abitanti sparpagliati su 17 mila isole, è il paese a maggioranza islamica più popoloso del mondo e, almeno sulla carta, sembra essere un modello di tolleranza e pluralismo, come ricorda oggi il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi sempre sul Corriere:

«Islam, protestantesimo, cattolicesimo, confucianesimo, buddismo e induismo sono religioni riconosciute. Mai è stata rivista questa impostazione, anche in tempi di islamizzazione globale. L’Indonesia è un modello in controtendenza nel mondo musulmano, inaccettabile per i radicali, i fondamentalisti infiltrati dal Sud delle Filippine, i foreign fighters rimpatriati».

SEGNALI PREOCCUPANTI. Per i cristiani, che rappresentano il 9 per cento della popolazione, il clima infatti si sta facendo sempre più pericoloso, e non solo nella provincia di Aceh, dove già vige la sharia. Un sondaggio dell’anno scorso da parte del Saiful Mujani Research and Consulting ha rilevato che il 9,2 per cento della popolazione (circa 20 milioni di persone) ritiene che «l’ideologia dello Stato islamico sia la migliore per l’Indonesia». Nel 2015, secondo una rilevazione del Pew Research, solo il 4 per cento appoggiava l’Isis. Ma oltre al moltiplicarsi degli attentati, ai terroristi incarcerati e agli aspiranti jihadisti partiti per l’Iraq e la Siria, sicuramente vicende clamorose come l’arresto per “blasfemia” del cristiano Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama, all’epoca governatore uscente di Jakarta, non sono di buon auspicio per «il paese dell’islam tollerante» rimpianto da Riccardi.
Foto Ansa

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