«In Ucraina dolore e morte non sono l’ultima parola»

Di Flavio Zeni
17 Luglio 2025
Intervista al dottor Michele Alzetta, cui è stato conferito il Premio Micheletti per il suo impegno per le popolazioni martoriate dalla guerra. Aiuti concreti: farmaci, dispositivi medici, vestiti
Michele Alzetta, primo a sinistra, in Ucraina

Al dottor Michele Alzetta è stato conferito il premio Geppino Micheletti, un premio istituito per celebrare «le alte virtù professionali e d’animo, l’abnegazione, il senso del dovere, la dedizione e il coraggio nella professione medica». Il riconoscimento è stato consegnato nel corso della cerimonia ufficiale, che si è tenuta giovedì 17 luglio 2025 a Roma, nella sala della Regina di palazzo Montecitorio.

Il dottor Alzetta, impossibilitato ad esser presente per impegni già presi con amici ucraini, ha delegato a ritirare il Premio il dottor Giovanni Leoni, vice presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri.

Nel messaggio inviato da Alzetta si legge: «Sono profondamente onorato e commosso per questo riconoscimento, non perché celebra la mia persona, quanto perché riconosce un vasto e generoso movimento di solidarietà che si è sviluppato attorno al mio impegno per l’Ucraina. Centinaia di volontari di ogni estrazione sociale, dalle raccolte nelle parrocchie ai contributi spontanei di persone sconosciute, si sono mobilitati per sostenere questa causa. Il premio riconosce l’opera di un intero popolo che si è messo in movimento: medici, infermieri, ma soprattutto comuni cittadini, volontari del Friuli e del Veneto. E, pur riconoscendo l’importanza della consegna di farmaci, dispositivi medici e aiuti materiali, ritengo che il contributo più prezioso che si possa offrire in situazioni di sofferenza estrema sia la testimonianza che il dolore e la morte non costituiscono l’ultima parola sulla vita umana. La speranza nella Resurrezione, che ha sostenuto lo stesso Geppino Micheletti nelle ore più buie della tragedia di Vergarolla, continua a illuminare il mio cammino e quello di chi, come me, sceglie di non voltarsi dall’altra parte di fronte al dolore altrui».

Al dottor Alzetta, che risiede in Friuli, a Montereale Valcellina, ed è primario del Pronto soccorso all’Ospedale San Giovanni e Paolo di Venezia, sono già stati attribuiti diversi riconoscimenti da autorità civili e religiose ucraine, tra i quali spicca la nomina a Cavaliere dell’Ordine del principe Volodymyr per i servizi resi al popolo ucraino e alla Chiesa ortodossa, conferita già il 28 aprile 2023 dal Metropolita di Kyiv e dell’Ucraina Epifanij.

Cimitero di Leopoli, giugno 2025

Dottor Alzetta, com’è nata la solidarietà nei confronti del popolo ucraino?

È un esempio di come il Signore usa le circostanze più semplici della vita per fare cose incredibili. Venti anni fa ho iniziato per hobby a studiare il russo e così ho incontrato tante persone, con la nascita di amicizie importanti, come quella con un bambino ammalato, dato per spacciato in Russia, che abbiam curato in Italia ed è guarito. E un’altra amicizia è nata con una scrittrice russa di libri per l’infanzia, deceduta per un tumore; aveva chiesto che le sue ceneri fossero sparse a Venezia. Anche questa cosa è accaduta.

È ancora in contatto con gli altri amici russi?

Sono tutti fuoriusciti dalla Russia, prima ancora dell’invasione dell’Ucraina, vedendo l’involuzione del regime di Putin; ma ci sentiamo ancora.

E l’amicizia con gli ucraini?

Fino al 2016 non avevo alcun rapporto con loro, fino a quando un gruppo di medici ucraini è venuto a visitare il nostro ospedale a Venezia. Non c’era un interprete ufficiale e la direzione ospedaliera mi ha chiesto di far loro da guida, visitando l’ospedale, sia la parte moderna sia quella storica. E nell’occasione ho conosciuto la dottoressa Rimma Konar, che abita a Uzhgorod e ha studiato l’italiano. Perciò, ci siamo aiutati nelle traduzioni in quella visita guidata e poi siamo rimasti in contatto, anche perché lei veniva spesso in vacanza in Italia e a Venezia, con il marito e la famiglia.

Tutto ciò fino al 24 febbraio 2024.

Ricordiamo tutti la notte terribile tra mercoledì 23 e giovedì 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina. Il sabato successivo Rimma mi ha chiamato, chiedendo aiuto, perché erano saltate tutte le vie di distribuzione e consegna di farmaci e dispositivi medici. Mancavano anche disinfettanti, fili da sutura, bende, adrenalina, insulina, cioè qualsiasi cosa.

E dopo?

Ho chiesto aiuto agli amici dell’Avsi Friuli-Venezia Giulia e la catena di solidarietà attivata con il passaparola ci ha portato venerdì 4 marzo 2022 ad entrare in Ucraina con un piccolo convoglio di 5 furgoni carichi di medicinali. Credo che la nostra sia stata la primissima associazione italiana a entrare in Ucraina dopo l’invasione. A quel primo viaggio ne sono seguiti altri 12.

Poi è nata la collaborazione con un’associazione ucraina in Italia.

Sì, attraverso il primario del Pronto soccorso di Verona ho conosciuto l’infermiere ucraino Roman Hoydan ed è nata la collaborazione con l’Associazione Malve Ucraina, che ha sede a Verona e ha la delega dell’ambasciata ucraina di Roma a coordinare gli aiuti umanitari forniti dalle associazioni di volontariato in Italia, garantendo un flusso organizzato ed efficiente.

Con risultati importanti.

Malve ha inviato in Ucraina 236 tir con beni essenziali, 4.720 tonnellate di alimenti, vestiti e materiale igienico, 65 ambulanze attrezzate, 123 mezzi per evacuazioni mediche, 470 pallet di medicinali, grazie anche al contributo del Banco Farmaceutico, 351 ventilatori polmonari distribuiti agli ospedali, oltre 900 mila euro raccolti per finanziare gli aiuti. Tra i progetti realizzati con Malve Ucraina, uno dei più interessanti è stato l’invio di 1.000 kit di pronto soccorso militare a un’associazione di Odessa, i cui esponenti erano venuti in Italia per conoscermi.

La devastazione causata dall’attacco russo della Domenica delle palme a Sumy, Ucraina, 13 aprile 2025 (foto Ansa)
La devastazione causata dall’attacco russo della Domenica delle palme a Sumy, Ucraina, 13 aprile 2025 (foto Ansa)

A quando risale il suo ultimo viaggio in Ucraina?

A giugno sono stato a Leopoli, invitato al congresso nazionale di pediatria dei medici ucraini. Lì ho conosciuto una realtà di Černivci, una città vicina al confine rumeno, che dà accoglienza a bambini orfani, specialmente di guerra, e bambini malati oncologici, bisognosi di cure palliative.

E per il prossimo agosto è già in programma il suo quattordicesimo viaggio in Ucraina.

Come sempre porterò i materiali richiesti e incontrerò amici e persone nuove. Ogni volta penso che sarà l’ultima, ma poi arrivano nuove richieste e, senza alcuna pubblicità, arrivano anche aiuti all’Avsi Friuli-Venezia Giulia (Iban IT54L0306909606100000010734 presso Intesa San Paolo), destinati a farmaci per l’Ucraina.

Lei porta anche la sua competenza professionale.

Ad agosto si terrà un workshop per formare i medici nel trattamento delle terapie del dolore e mi hanno invitato a parlare della gestione del dolore acuto e porterò anche strumentazione.

C’è una programmazione dietro tutta questa solidarietà?

È nata e continua ad andare avanti in maniera non programmata, ma vedo che dev’essere così, perché quando cerco di programmare, di avere belle idee organizzative, non va mai in porto nulla. Invece, dando credito ai suggerimenti che la realtà mi mette davanti, a volte anche scomodi e antipatici, succedono le cose più grandi, più belle, più incredibili. Quindi, si tratta proprio di essere aperti alle circostanze che la vita offre, momento per momento.

In quale misura il suo lavoro di primario l’ha preparata ad affrontare la situazione della guerra in Ucraina?

Il Pronto soccorso è una bella palestra perché insegna a incontrare e parlare con tutti, ad accogliere chiunque e insegna anche elasticità mentale, prontezza di riflessi; doti molto utili in situazioni d’emergenza.

Perdoni una domanda molto personale. Undici anni fa, in un incidente stradale, lei ha perso l’unica figlia femmina. Anche questa tragedia l’ha preparata ad altri eventi molto importanti?

Più che prepararmi, è stata la prova della verità dell’esperienza cristiana, che Dio mi ha dato la grazia d’incontrare e di vivere. Le ultime parole che ho sentito pronunciare a mia figlia prima dell’incidente sono state “Per ognuno di noi c’è un destino buono”. Le aveva dette a una cugina che aveva un problema. E questa esperienza ho potuto approfondirla e viverla dentro un’educazione alla fede, che vivo quotidianamente nel movimento di Comunione e liberazione. Se tutto ciò fosse stato falso o una fantasia, come molti ritengono, di fronte a una situazione così dolorosa e tragica, tutto sarebbe crollato. Invece, questa tragedia è stata l’occasione per immedesimarmi anche nell’esperienza del Getsemani e del Calvario. È chiaro che il dolore non lo toglie nessuno e non si può descrivere, però in nessun momento mia moglie e io abbiamo pensato che fosse un male e basta, per quanto doloroso e incomprensibile. Era ed è vero per noi che per ognuno c’è un destino buono. Sappiamo che per Caterina questo destino si è compiuto in un momento, in un modo che noi non immaginavamo e che certamente non desideravamo. Però, questo mi dà una grande serenità nell’affrontare ogni cosa.

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