«In Italia tutti lodano il made in Italy. Poi ci costringono a non crescere per non morire di tasse»

Intervista a Simonpietro Felice, ad di Giordano Vini: «Costo del lavoro troppo alto. Assurdo aumentare l’imposizione a chi assume: bisognerebbe incentivarlo»

Se la Giordano Vini avesse sede in California anziché nelle Langhe, non produrrebbe più né il suo Dolcetto d’Alba né il Barbaresco. Certo, dovrebbe imparare come si coltivano e in quanto tempo fermentano le uve della Napa Valley. Però avrebbe anche chiuso il 2012 con profitti ben maggiori di quelli incassati nello stesso periodo in Italia, dove ha fatturato 110 milioni di euro. In America, infatti, «il costo del lavoro incide molto di meno» di quanto non incida nel Belpaese sui risultati d’esercizio finali delle aziende. Con l’effetto positivo che «un’impresa come Giordano, impegnata nella vendita diretta del vino, incontrerebbe – e di fatto incontra – una strabiliante facilità nel passare da poche unità a qualche centinaio di lavoratori dipendenti» senza incappare in eccessivi oneri. Con notevole beneficio sul fatturato. Una cosa oggi quasi impensabile in un contesto come quello italiano, soffocato dal fisco e dalla burocrazia. A parlare è Simonpietro Felice, amministratore delegato di Giordano Vini, di ritorno da un recente viaggio oltreoceano, dove si è recato di persona per visitare quello che ormai, grazie all’e-commerce, è divenuto uno dei principali mercati del gruppo, insieme al Belgio, alla Francia e altri paesi europei, dove nel complesso esporta il 47 per cento del vino che produce.

ITALIA VS MADE IN ITALY. Il primo nemico del made in Italy, paradossalmente, è proprio l’Italia. Purtroppo, prosegue Felice, «è estremamente oneroso crescere assumendo personale qualificato in Italia». E questo, spiega, è forse il principale svantaggio competitivo per l’azienda. Un esempio? La gestione dei clienti. «Anziché ricorrere a call center esterni, noi preferiamo che il cliente sia gestito da personale interno all’azienda, che conosca bene il prodotto e che si sappia conformare alle nostre esigenze», spiega Felice; tuttavia l’elevato costo del lavoro «rappresenta un disincentivo». Se cresce il numero dei dipendenti, infatti, aumenta anche la base imponibile ai fini Irap, e questo «è assurdo: chi assume dovrebbe godere di incentivi fiscali che riducano in qualche misura il costo del personale». Oggi invece un dipendente che percepisce 1.200 euro in busta paga all’azienda costa almeno il doppio. «Ma che senso ha lodare a parole il made in Italy, come fanno tutti, se poi c’è il rischio che tanti si arrendano e smettano di produrlo? Lo Stato non si accorge dei benefici che anch’esso trarrebbe da una crescita dell’export?».

GRAVI SVANTAGGI COMPETITIVI. Ma l’elevato costo del personale non è  l’unico svantaggio competitivo per un’azienda come Giordano Vini, che comunque quest’anno per aggredire il mercato belga e quello francese ha assunto 60 operatori di call center (qualcuno francese di nascita ma la stragrande maggioranza italiani che conoscono bene la lingua), portando il numero di dipendenti assunti a un totale di 450: 250 nei call center e 200 nella produzione del vino. Se infatti l’avvento dell’e-commerce ha rappresentato indubbiamente una notevole possibilità di crescita e sviluppo, visto che oggi Giordano vende 26 milioni di bottiglie a 3 milioni di clienti sparsi nel mondo, solo la metà dei quali risiede in Italia, i costi per le imprese di logistica legati allo stoccaggio e al trasporto delle bottiglie «non sono ancora sufficientemente competitivi» rispetto a quelli che sostengono gli altri attori del mercato. Ciò si traduce in tariffe più alte per le aziende italiane che producono e commerciano vino.

UN’OCCASIONE PERSA. Da ultimo, Felice lamenta la peculiarità del sistema fiscale italiano che «disincentiva, di fatto, la crescita dimensionale» delle imprese del vino: «Operiamo in un mercato dove sembra che possa sopravvivere solo chi offre prodotti rivolti a una nicchia», venduti su piccole piazze e mercati elitari, per quanto di eccellenza essi possano essere. Perché? Perché chi resta sotto il numero dei 15 dipendenti «è tassato di meno e ha minori obblighi burocratici» rispetto ai concorrenti grandi e medio-grandi, constata l’ad. Basterebbe guardare a come vanno le cose in Francia per accorgersi che eliminare queste perversioni fiscali e burocratiche favorirebbe lo sviluppo di player di maggiori dimensioni. Con enormi benefici per l’economia e il Pil del paese.