«In Albania non è in atto uno scontro tra due ideologie. La protesta non è ciò che sembra»

Le manifestazioni di piazza a Tirana contro il governo nascondono una verità: tutti i partiti si sono macchiati di corruzione e si sta cercando di far saltare la fondamentale riforma della giustizia. Parla il docente albanese Ardian Ndreca

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L’opposizione in Albania è tornata a protestare ieri nella capitale Tirana. Migliaia di persone hanno lanciato petardi e fumogeni, bruciato copertoni davanti al Parlamento protetto da centinaia di poliziotti. Il leader del Partito democratico di centrodestra, Lulzim Basha, è tornato a chiedere le dimissioni del premier Edi Rama, accusando il governo socialista di corruzione e legami con il narcotraffico, invocando nuove elezioni. Da due settimane i parlamentari dell’opposizione si sono ritirati sull’Aventino rifiutandosi di partecipare alle sedute, ma la crisi politica che da oltre un mese scuote l’Albania, alla vigilia dell’inizio dei negoziati per entrare nell’Unione Europea, previsti per giugno, non è quello che sembra.

L’ORIGINE DELLE PROTESTE

Violenti proteste erano scoppiate sabato 16 febbraio, quando la protesta dell’opposizione, che doveva essere pacifica, è presto sfociata in violenti tafferugli tra polizia e un gruppo di facinorosi, che hanno cercato di fare irruzione nell’ufficio del primo ministro. Il malcontento è esploso quando il progetto di costruzione di un’autostrada attorno alla capitale è stato bloccato a causa di episodi di corruzione nell’assegnazione dei bandi. Diciotto milioni di euro sarebbero finiti a un’azienda di costruzioni dopo la falsificazione di diversi documenti, riporta l’agenzia Reuters. Il ministro dei Trasporti è stato di conseguenza sollevato dal suo incarico e l’opposizione è scesa in piazza per protestare.

Il partito Democratico contesta anche ai socialisti di aver vinto le elezioni del 2017 grazie a brogli elettorali, anche se un’analisi dell’Osce, pur osservando diverse «irregolarità e omissioni», le ha giudicate sostanzialmente «in linea» con gli standard democratici.

IL VERO NODO: LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Oltre a raccomandare all’opposizione di non protestare in modo violento, ma pacifico, Stati Uniti e Unione Europea si sono espressi fermamente contro la decisione dei 62 deputati democratici e di estrema sinistra di abbandonare il Parlamento (composto da 140 seggi, 74 occupati dai socialisti): «In questo modo si minano i principi basilari della democrazia e si sovvertono gli importanti progressi raggiunti dall’Albania per quanto riguarda lo stato di diritto e una governance responsabile. Chi fallisce nel svolgere il proprio lavoro, delude anche la popolazione che ha il privilegio di servire».

I riferimenti allo stato di diritto riguardano soprattutto la riforma della giustizia, considerata necessaria dal 91 per cento degli albanesi, approvata nel 2016 sotto forti pressioni internazionali e che dovrebbe contribuire perlomeno ad alleviare l’endemico problema della corruzione in Albania, che coinvolge membri di tutti i partiti politici. La riforma prevede in particolare la nascita di due istituzioni: una Procura speciale, un Alto consiglio di giustizia e un Ufficio nazionale di investigazioni che si occupi soprattutto dei casi di corruzione. Inoltre, il lavoro dei magistrati del paese è stato sottoposto al vaglio di una commissione specializzata, che ha già revocato il permesso a esercitare la professione a decine di giudici e pubblici ministeri con l’accusa di corruzione e collusione con le mafie.

L’ambasciata americana ha anche spiegato che lo scontro politico di questi giorni è dovuto appunto «all’efficacia della riforma giudiziaria», che secondo molti commentatori dovrebbe colpire importanti esponenti sia del Partito democratico che di quello socialista. Il tentativo di boicottare il Parlamento e portare il paese a nuove elezioni avrebbe anche come obiettivo proprio quello di bloccare l’implementazione della riforma. Secondo Afrim Krasniqi, direttore dell’Istituto indipendente di studi politici albanese, «il confronto acceso dimostra che i politici sono molto spaventati. Questa è la riforma più importante mai fatta in Albania e i leader di entrambi gli schieramenti stanno cercando di ostacolarla».

«NON È IN ATTO UNO SCONTRO TRA DUE IDEOLOGIE»

«Chi oggi scende in piazza», spiega a tempi.it il Ardian Ndreca, docente albanese di Filosofia moderna alla Pontificia università urbaniana e attento osservatore degli sviluppi politici del suo paese, «si è macchiato di crimini e corruzione quando era al governo nelle precedenti legislature. Penso all’esplosione nel 2008 di una fabbrica che vendeva illegalmente munizioni cinesi sotto embargo e che ha fatto decine di morti o i 230 milioni di dollari scomparsi nell’ambito della costruzione di un’autostrada di collegamento tra Albania e Kosovo o ancora la morte di quattro dimostranti pacifici nelle proteste di piazza del 2011».

Quello che vediamo in questi giorni in Albania, continua il docente, «non è uno scontro tra due ideologie ma tra chi vuole le riforme e chi preferisce il caos. Sali Ram Berisha, ex premier ed ex leader dei Democratici, ancora molto influente nel partito, è un ex comunista e nel 1997 ha portato l’Albania alla disgrazia. Lui è pronto a tutto e sono in tanti a pensare che stia sacrificando il Partito democratico per cercare di salvare i suoi familiari dalle accuse di corruzione. Se il centrodestra non verrà rifondato, non vincerà mai».

LA CORRUZIONE RIGUARDA TUTTI

Se migliaia di albanesi sono scesi comunque in piazza a protestare con l’opposizione è perché «i socialisti al governo, pur avendo fatto alcune cose positive per quanto riguarda la giustizia, la lotta alla droga e la crescita economica, non sono esenti da accuse di corruzione e collusione con il narcotraffico. Gli albanesi sono stanchi, non hanno goduto della crescita economica e proprio per questo c’è bisogno di una opposizione che stia con il fiato sul collo al governo, non che si ritiri dal Parlamento al solo scopo di far saltare il principio dell’alternanza democratica e così boicottare la riforma della giustizia».

La speranza dunque è che le attuali proteste non sfocino in manifestazioni violente e non causino il crollo dello Stato, anche perché, nota il professore Ndreca, «se l’Albania viene destabilizzata a pagarne le spese sarà anche l’Italia, che è vicina al mio paese nel bene e nel male». Soprattutto, il rischio è che il terremoto causato dall’opposizione mini l’inizio dei colloqui per l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea, un traguardo fortemente caldeggiato dall’Italia e che ha sempre trovato l’opposizione di Francia e Olanda.

Foto Ansa

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