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Immaginatevi Milano fra trent’anni

giugno 18, 2017 Mariarosaria Marchesano

Mario Cucinella lancia l’idea di un patto tra la politica, la finanza e i professionisti della progettazione per disegnare la città

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Un patto per disegnare Milano nei prossimi trent’anni con un masterplan degli investimenti e dei tempi necessari». A proporre l’iniziativa è Mario Cucinella, uno degli architetti italiani più creativi e in vista del momento. Nell’area del capoluogo lombardo, Cucinella è impegnato in diversi progetti, tra i quali la Città della Salute a Sesto San Giovanni, il nuovo polo chirurgico del San Raffaele e la Torre di Unipol in zona Porta Nuova. Non è un caso che abbia voglia di ragionare su una visione d’insieme della città, poiché è così che si fa in altre parti del mondo dove si definiscono direttrici di sviluppo urbanistico condivise da tutta la comunità.

Cucinella è in partenza per New York dove ha appena avviato una nuova sede del suo studio (MC Architects con vent’anni di attività professionale e una sessantina di professionisti): «Vado per prendere parte a un movimento di idee e progetti ispirati dal concetto di edilizia ecologica e sostenibile che negli Usa si va sempre più affermando nonostante dall’amministrazione Trump arrivino segnali in direzione opposta», dice. Del resto, questo non è un concetto nuovo per l’architetto che ha più volte collaborato con Renzo Piano e al quale il Royal Institute of British Architects ha conferito l’International Fellowship per l’anno 2016. Inoltre, Cucinella qualche anno fa ha fondato Building Green Future, l’organizzazione no-profit con l’obiettivo di integrare architettura sostenibile e energie rinnovabili e per migliorare condizioni di vita e accesso alle risorse nei paesi in via di sviluppo. Non solo. Nel 2015 ha costituito a Bologna SOS – School of sustainability, un centro per la formazione di nuove figure professionali nel campo della sostenibilità. Ma per quanto riguarda il futuro di Milano, Cucinella vorrebbe andare oltre le esperienze personali, per impostare un ragionamento più ampio che parta dai concetti di programmazione e condivisione degli interventi.

Architetto, Milano ha l’ambizione di affermarsi come capitale europea della finanza, ma anche come polo di attrattività per nuovi investimenti, come sede di grandi aziende e come distretto per le pmi, oltre che per ospitare funzioni di tipo istituzionale quali l’Agenzia del farmaco. Tenendo presente tutti questi obiettivi, come disegnerebbe la città se avesse carta bianca?
Esiste una chiara road map a livello europeo con obiettivi di riduzione dell’inquinamento entro il 2050 ai quali senz’altro mi ispirerei. Ma, prima, direi che è indispensabile avere un’idea chiara e unitaria di sviluppo urbano, definendo le priorità, per esempio, in termini di aree pedonali, di recupero delle periferie, di mobilità e di innovazione. Sarebbe bello se le istituzioni e la politica coinvolgessero le persone che fanno il mio mestiere e ne ascoltassero idee e proposte arrivando a redigere un masterplan dettagliato di tutti gli investimenti, ma soprattutto dei tempi di realizzo. Una sorta di patto non ideologico. Sarebbe un segnale importante da dare all’esterno perché sono certo che Milano oggi riscuota l’interesse degli investitori, ma è anche vero che i capitali privati vanno solo dove ci sono scelte politiche chiare.

Ritiene non ci sia abbastanza chiarezza in questo momento?
Milano ha avuto la grande capacità di reinventarsi come città europea sull’onda di una spinta evolutiva che parte da lontano e anche l’Expo ha dato una mano. E rispetto ad altre città d’Europa gode il vantaggio di offrire anche un’ottima qualità della vita, ma mi pare che i processi in atto in campo urbanistico-architettonico siano più il frutto di un fermento spontaneo che di scelte ponderate. Ci sarebbe bisogno di un percorso razionale.

Mario Cucinella_by Luca Maria CastelliChe cosa propone di preciso?
Un coordinamento tra i mondi della politica, dell’economia e della progettazione. Ci dobbiamo domandare tutti insieme: qual è la Milano che vogliamo? Interventi come quelli legati al recupero degli scali ferroviari, alla definizione delle zone di perimetro urbano, alle ex aree Expo e tanti altri progetti in deadline andrebbero discussi e coordinati secondo un disegno unico offrendo agli investitori una prospettiva di tempi certi e una rapidità di reazione da parte di chi gestisce i processi burocratici. Così come si potrebbe verificare se esistono le condizioni per realizzare nuove edificazioni, nel rispetto ovviamente dell’ambiente, sfatando così l’idea che l’unica dimensione possibile è quella della riqualificazione urbana e del riuso dei suoli. Insomma, ci sarebbe tanto su cui discutere e confrontarsi. Ma non vedo un dibattito in questo senso, piuttosto c’è incertezza…

A Milano esiste un piano urbanistico a livello comunale che viene applicato. Quale dovrebbe essere allora il ruolo della politica, secondo lei?
Quello di offrire a chi viene a investire a Milano una visione condivisa di come potrà svilupparsi la città nei prossimi trent’anni attraverso un dibattito pubblico delle idee. L’ambiente in cui viviamo nasce da una visione politica. In fondo, la dimensione ideale più efficiente per l’uso delle biciclette è di 5 chilometri e quindi Milano per la sua dimensione ha una giusta politica di trasporto sostenibile su due ruote. In più è solo la politica che può avere una funzione di riequilibrio territoriale e sociale.

In che senso?
Mi riferisco alla possibilità, neanche tanto remota, che si verifichi una lievitazione dei valori immobiliari e fondiari nel centro di Milano, creando di fatto una città di serie A e una di serie B. È inevitabile che questo accada se arrivano sedi di grandi aziende o agenzie internazionali importanti che puntano tutte a collocarsi nei quartieri più centrali. Ma in questo caso è la politica che dovrebbe fare da garante e svolgere un ruolo di compensazione tra centro e aree periferiche. Se c’è un approccio strategico chiaro, poi gli architetti fanno tutto il resto. E sempre le istituzioni politiche, secondo me, dovrebbero fare da arbitro in situazioni in cui occorre definire ruoli e competenze negli interventi e il livello di partecipazione degli investitori privati.

Facciamo un esempio…
Il progetto del riuso degli scali ferroviari nella cinta urbana. Bisognerebbe chiarire fino in fondo il ruolo delle Ferrovie dello Stato e l’esistenza di spazi per altri operatori. Ma se ne potrebbero fare altri….

Quali caratteristiche deve avere oggi un’opera per suscitare l’interesse degli investitori privati, soprattutto esteri?
Esiste un punto di incontro tra estetica e sostenibilità dell’opera. Oggi nessuno vuole più finanziare un edificio brutto o che non sia interessante. Gli investitori in questo sono cambiati negli ultimi anni, per fortuna. Il quartiere di Porta Nuova a Milano è un esempio di questa nuova sfida sulla bellezza.

Quando cominceranno i lavori della nuova Torre di Unipol proprio a ridosso del grattacielo di Unicredit di Gae Aulenti e a poca distanza dal Pirellone? Ci può dire come sarà?
I lavori stanno per cominciare e l’edificio sarà completato entro il 2019. Posso solo dire che la nuova torre sarà forse il fratello “minore” di altri grattacieli dell’area solo in termini di altezza. La mia idea è realizzare ventitré piani e 125 metri di bellezza e sostenibilità puntando su materiali naturali come legno, vetro e metallo, che, attraverso una particolare struttura, garantiranno una climatizzazione naturale. Sarà un grattacielo che “respira”.

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