Il subdolo inganno del social freezing
Caro direttore, viene celebrato come il trionfo dell’emancipazione femminile, l’ultimo baluardo della libertà di scelta in salsa progressista: il social freezing, ovvero il congelamento degli ovuli per motivi non medici, viene presentato al mondo come il passaporto per l’autodeterminazione.
Il messaggio di fondo è suadente: vivi la tua vita, sperimenta, fai quello che vuoi con chi vuoi e, soprattutto, realizzati prima sul lavoro. La maternità non è più una corsa contro il tempo biologico, perché la scienza e la tecnica ti promettono che potrai rimanere incinta quando vorrai. Ma dietro questa patina di modernità si cela una profonda mistificazione.
La preferenza è una cosa seria.
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Il corpo della donna sottomesso al profitto
Ancora una volta, a fare le spese di questa narrazione è il corpo della donna, trasformato nell’ennesimo oggetto di consumo e di pianificazione economica. La società contemporanea, fondata sui ritmi implacabili del profitto, impone un dogma chiaro: devi produrre. La produttività economica è il metro del valore individuale, mentre la riproduzione biologica viene vista, nei fatti, come un freno, un’interruzione di servizio, un costo per il sistema.
Ed è qui che il social freezing svela la sua vera natura. Non è uno strumento di liberazione, ma l’ennesima ingranatura di un meccanismo consumistico che ti dice: “Congela i tuoi ovuli, che male c’è?”. In questo modo, ci viene venduta l’illusione che siamo noi a dettare i tempi della nostra vita, quando in realtà è il mercato che continua a imporli. Si sposta in avanti l’orologio biologico non per gentile concessione alla nostra libertà, ma per adattarci perfettamente alle esigenze della catena di montaggio lavorativa.
Il social freezing lascia sole le donne
Il risultato di questa solitudine sociale ed economica è sotto gli occhi di tutti. Da un lato si spinge verso una finta autonomia riproduttiva artificiale; dall’altro, la realtà dei fatti dimostra che le donne continuano a essere lasciate sole. Lo dimostrano i dati sull’aumento delle interruzioni di gravidanza farmacologiche, consumate nel silenzio più totale perché mettere al mondo un figlio continua a essere un ostacolo insormontabile, un rischio concreto di perdere il posto di lavoro in un contesto privo di reali tutele e sostegni.
Ci raccontano che congelare gli ovuli sia una conquista straordinaria, un atto d’amore verso il proprio futuro. Ma la verità è che si tratta dell’ennesima forzatura imposta da una società che vede ancora la maternità come un impedimento anziché come un valore sociale da proteggere. Il nostro corpo, nella sua complessità, possiede una sua sapienza, riconosce i propri ritmi e non ha bisogno di essere ibernato per soddisfare le scadenze di un sistema economico che ha smesso di fare i conti con la vita reale.
L’autrice dell’articolo è consigliere comunale di Milano.
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