Il silenzio degli innocenti

editoriale

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Non saremo certo noi, che abbiamo fatto nostra la scelta garantista in tempi non sospetti, quando chi non si univa al coro “politici in galera” era considerato come minimo un complice dei misfatti veri o presunti dei medesimi, e che abbiamo sempre rigettato come un imbarbarimento della democrazia la riduzione della lotta politica a botta e risposta di indagini giudiziarie e relativi reati penali, a gettare la croce su Romano Prodi per essere finito ancora una volta (almeno la quarta negli ultimi 14 anni) nel mirino di un’inchiesta, anche se formalmente il suo nome non figura nel fascicolo. Sappiamo bene che, nell’Italia temprata dal sacro fuoco giustizialista degli anni Novanta, un avviso di garanzia, come diceva quel tale, non si nega a nessuno. Ci sia permesso però di sottolineare qualche aspetto particolarmente istruttivo della vicenda ASE, la società di consulenze dei coniugi Prodi ora all’esame della magistratura, e delle reazioni alla campagna di stampa del Daily Telegraph sugli “scheletri” dell’armadio di Prodi. A verificare se la mancata dichiarazione di proprietà dell’ASE e delle entrate della medesima negli anni in cui Prodi era, per la seconda volta, presidente dell’IRI costituisca o meno una violazione della legge 441/82 sul conflitto di interessi, rappresenti un’infrazione oppure no, ci penseranno i giudici. Ma che l’ex presidente del Consiglio italiano e i suoi collaboratori abbiano fatto strame di quei valori di trasparenza, apertura e rispetto dei cittadini-elettori di cui si riempivano la bocca al tempo della vittoriosa campagna elettorale dell’Ulivo, questo è assolutamente certo: da tre mesi un cronista del principale quotidiano britannico chiede inutilmente di poter vedere le fatture delle consulenze commissionate all’ASE, e l’unica risposta di cui è stato capace l’entourage di Prodi è una vera e propria manipolazione dell’opinione pubblica: in una decina di interviste è stata strombazzata l’immissione su Internet di tutto il materiale atto a chiarire il caso dell’ASE. Ma sul sito in questione manca proprio quello che il Daily Telegraph insiste a chiedere: la lista delle fatture con le singole intestazioni e gli importi. La stampa italiana, nel cui petto non batte esattamente il cuore di un leone, si è prestata a reggere il sacco, ma quella britannica, che ha tutt’altra tradizione, non intende affatto lasciar perdere, specie trattandosi di una cosa che non riguarda l’ultimo Pinco Pallino, ma il futuro capo del governo dell’Unione Europea. Una bella, e salutare, lezione al “nuovismo” italiano. Non è un bell’esempio di trasparenza nemmeno quello che viene da una vecchia storia rivangata dagli inglesi: quella della privatizzazione della Cirio-De Rica-Bertolli. Lì Prodi potrebbe aver raccontato delle balle ai giudici che lo interrogavano: che non sapesse niente dell’intenzione dell’Unilever di acquisire la Bertolli e che non immaginasse che la privatizzazione del gruppo alimentare IRI sarebbe andata a vantaggio della multinazionale anglo-olandese si fa molta, molta fatica a crederlo. Ma lì a uscire male dalla storia è soprattutto la Procura di Roma, che la sinistra ha smesso di chiamare “porto delle nebbie” soltanto dopo la vittoria elettorale del ‘96. Proprio poco tempo dopo la vittoria dell’Ulivo il giudice Landi ha deciso di cestinare il lavoro della sua collega Geremia (promoveatur ut amoveatur dal tribunale di Roma a quello di Cagliari), che aveva chiesto il rinvio a giudizio di Prodi. È una vicenda che sembra confermare quello che tanti italiani pensano: nella strana rivoluzione di Tangentopoli ci sono dei politici per cui vale sempre la presunzione di innocenza, che si traduce in proscioglimento senza rinvio a giudizio, e altri per i quali vale sempre la presunzione di colpevolezza, con automatico rinvio a giudizio e richiesta di arresti. Guarda caso i primi abitano quasi sempre dalle parti del centro-sinistra, mentre i secondi hanno a che fare quasi sempre col giro di Berlusconi, quando non con lui medesimo. Infine, dalle inchieste del Daily Telegraph il “nuovismo” italiano viene fuori per quello che è: un’operazione di pubbliche relazioni centrata su personaggi che hanno costruito le loro carriere all’interno dei meccanismi del vecchio sistema, condotta in porto con successo grazie alla benevolenza di una parte della magistratura. Come diceva il poeta: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi: di antico”. Ma è un sole pallido, che non ci riscalda. TEMPI

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