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Il premio Nobel per la pace all’Ican è profondamente irrazionale

ottobre 7, 2017 Rodolfo Casadei

Le armi nucleari ci hanno salvato da una nuova guerra mondiale, si potranno eliminare solo dopo che il mondo sarà diventato più integrato

International Campaign to abolish Nuclear Weapons awarded 2017 Nobel Peace Prize

Il premio Nobel per la pace all’Ican, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, è un equivoco di proporzioni cosmiche superiori persino a quelle del Premio Nobel per la pace preventivo che fu attribuito al neo-eletto presidente americano Barack Obama nel 2009. Se domani le armi nucleari sparissero come d’incanto dagli arsenali delle potenze che le detengono, ovunque nel mondo ricomincerebbero le guerre fra stati su grande scala. Il fatto che un club ristretto di stati detenga una grossa quantità di armi nucleari non è la principale minaccia alla pace oggi, ma il suo contrario: la garanzia che non avremo più guerre mondiali. Il principio di deterrenza, l’equilibrio del terrore sono ciò che ha impedito per settant’anni che le grandi potenze e le aspiranti tali si facessero guerra fra loro e trascinassero il mondo nella loro rovina, come è accaduto per due volte nel giro di venticinque anni durante il XX secolo.

Non abbiamo la certezza assoluta che le armi nucleari oggi esistenti non saranno mai usate: un errore umano è sempre possibile, un dittatore che sta per essere tolto di mezzo potrebbe come vendetta apocalittica pigiare il bottone rosso, un gruppo di terroristi grazie a qualche complicità potrebbe impadronirsi di un’arma atomica e usarla, sfruttando il vantaggio dell’asimmetria fra stato dotato di territorio e organizzazione terroristica che non può essere localizzata e fatta oggetto di una rappresaglia atomica. L’obiettivo a lungo termine dell’abolizione delle armi nucleari è lodevole al fine di eliminare il tipo di minacce alla pace che ho appena elencato, ma immaginare di portare la pace nel mondo abolendo nei prossimi quattro-cinque anni le armi nucleari è totalmente irrazionale. Quel che si otterrebbe, è indurre nelle grandi potenze e nelle potenze emergenti la tentazione di risolvere i loro problemi economici, politici, demografici e di soddisfare le proprie aspirazioni geopolitiche ricorrendo ai loro eserciti e alle armi convenzionali. Tolte di mezzo le armi nucleari, che incarnano il principio strategico della reciproca distruzione assicurata, cioè la parità perfetta fra avversari, torneremmo alla situazione novecentesca nella quale gli stati possono cercare di realizzare una condizione di superiorità militare rispetto al loro avversario, e utilizzarla per ricattarlo o per attaccarlo effettivamente.

È assolutamente ridicolo che ad aver assegnato questo premio alla campagna contro le armi nucleari sia stato il comitato norvegese per il Nobel, i cui membri sono scelti dal parlamento norvegese: senza l’esistenza delle armi atomiche, la Norvegia sarebbe stata sovietizzata come tutto il resto dell’Europa occidentale ai tempi della Guerra fredda, che non sarebbe rimasta fredda ma si sarebbe di parecchio scaldata, una volta eliminato l’ombrello atomico. La Norvegia, membro della Nato dal 1949, non ha mai perso la sua indipendenza grazie alle armi atomiche dell’alleanza politico-militare euro-americana. Le liberal-democrazie e le social-democrazie dell’Europa occidentale si sono salvate dal socialismo reale solo grazie alle armi nucleari, considerato che le forze convenzionali del Patto di Varsavia (l’alleanza militare imperniata sull’Unione Sovietica) erano nettamente superiori a quelle della Nato. Nel 1985 la Nato a ranghi rinforzati poteva schierare in Europa 4,5 milioni di soldati equivalenti a 121 divisioni, 24.250 carri armati, 18.350 pezzi di artiglieria, 3.450 aerei da caccia, 430 aerei da ricognizione e 75 bombardieri; il Patto di Varsavia nello stesso momento poteva schierare 6 milioni di soldati equivalenti a 202 divisioni, 49 mila carri armati, 41 mila pezzi di artiglieria, 2.300 aerei da caccia, 570 aerei da ricognizione, 440 bombardieri. Il vantaggio sovietico era evidente: secondo la maggior parte degli osservatori, le forze del Patto di Varsavia erano in grado di occupare tutta l’Europa occidentale dopo sei settimane di combattimenti. La parità strategica era garantita dalle armi nucleari. Quando gli americani ebbero il sospetto che i comunisti avrebbero potuto usare le loro forze convenzionali per occupare parzialmente l’Europa con una guerra lampo, confidando che l’America si sarebbe seduta a trattare anziché lanciarsi in una guerra nucleare reciprocamente distruttiva, decisero in sede Nato di schierare missili Pershing e Cruise dotati di testata nucleare in territorio europeo, per far capire a Mosca che facevano sul serio.

Senza ombrello atomico, l’Europa sarebbe stata sovietizzata nei primi anni Sessanta: non ci sarebbero stati il Sessantotto e i Beatles, Giovanni Paolo II e la caduta del Muro di Berlino, Internet e i telefoni cellulari. Oggi il mondo sarebbe completamente diverso. Senza calcolare cosa avrebbe fatto la Cina di Mao Zedong, uno che diceva: «Ci sono morti che pesano come macigni, e morti che pesano come piume».

Togliere le armi nucleari dal mondo così come è oggi, mostrerebbe tutti gli squilibri di forza che esse azzerano. Consideriamo gli squilibri demografici. Nell’Europa occidentale tutta intera (quasi 200 milioni di abitanti) si trovano un po’ più di 17 milioni di maschi fra i 20 e i 34 anni di età: la stessa cifra delle stesse classi di età dell’Egitto e del Sudan sommate insieme. La Turchia ha un numero di maschi fra i 20 e i 34 anni di poco inferiore a quello di Francia e Regno Unito sommati insieme. Provate a immaginare cosa potrebbe accadere in caso di crisi politiche di ampia portata.

Dobbiamo per questo affidarci per sempre all’equilibrio del terrore per difendere la nostra pace e la nostra libertà? Forse no, ma non è il disarmo nucleare il primo passo da fare, non è quella la priorità. La priorità è accrescere l’integrazione economica soprattutto fra i grandi paesi e le grandi aree geopolitiche, la collaborazione all’interno delle organizzazioni multilaterali, l’unificazione progressiva fra paesi un tempo nemici (come nel caso dell’Unione Europea che riunisce tedeschi e francesi, per secoli nemici sui campi di battaglia), il riequilibrio dello sviluppo a livello mondiale. I grandi e medi paesi abbasseranno le loro armi nucleari quando non avranno più paura dell’invidia, della vendetta, della cupidigia, della brama di potere dei loro vicini. Quando non avranno più paura della superiorità convenzionale dei vicini, o quando saranno unificati in enti sovranazionali, gli Stati nuclearizzati potranno forse rinunciare alle loro atomiche. Farlo prima sarebbe un suicidio, sarebbe invitare l’invasione del proprio paese. Ed è proprio questa la ragione per cui ci sono paesi che cercano di dotarsi di armi atomiche oggi: non per attaccare gli altri, ma per avere la certezza di non essere attaccati, per non essere più l’obiettivo di politiche di “regime change” da parte delle grandi potenze, Stati Uniti in primis.

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