Il piccolo infernetto lombardo

editoriale

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Il Procuratore ha concesso a un medico agli arresti domiciliari di visitare un malato grave. Il nome del Procuratore lo conoscono ormai tutti gli italiani, ed è l’uomo che da un Tribunale, quello di Milano, insieme a una mezza dozzina di colleghi, ha avuto modo di condizionare più di ogni elezione popolare, partito, lobby, categoria, associazione, movimento, evento e/o cataclisma naturale, la vita pubblica italiana nel decennio ’90. Noi non sappiamo ancora bene quale sia il risultato pratico di questa vasta e diuturna opera di rivolgimento dei calzini avvenuto quasi esclusivamente a Milano e dintorni.

Ma sappiamo bene che, stando agli ultimi dati forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero di grazia e giustizia, la Lombardia detiene il record delle carceri più affollate e con il maggior numero di detenuti d’Italia. Volete che, oltre a essere campione nazionale in diversi settori (occupazione, gettito fiscale, prodotto interno lordo pro-capite, import-export, tecnologia, moda eccetera) la Lombardia sia anche il regno del crimine? Può darsi, ma noi non sottovalutiamo il lavoro di una magistratura così efficiente che, come dice il sostituto procuratore con cui conversiamo in questo numero, “la gente la vogliono vedere a tutti i costi in galera”. Non è cattiveria, è un modo di educare la popolazione alla legalità, dicono. E che sarà mai questa legalità per cui la qualità della vita è peggiorata in questo ultimo decennio, la corruzione pure dicono gli addetti ai lavori, e pure la micro e grande criminalità si difende bene, e pure i giovani non stanno molto in salute, e pure le aziende devono stare più attente a come compilano le carte burocratiche che alla produzione, e pure l’industria è sempre più in mano agli stranieri, e pure la vita negli uffici, scuole, ospedali, si è incattivita tanto che la parola magica che ovunque emerge in un conflitto, un alterco, una contraddizione è: “io la denuncio”?

Noi già agli inizi di questa piccola impresa, avevamo segnalato l’equivoco di una giustizia che pretende brandire la spada fiammeggiante dell’Arcangelo Gabriele e prendere il posto dell’educazione, della politica, della società, della cultura, dell’economia. Servendoci delle parole di un romanzo di Joseph Roth, ci sembrò meritevole di attenzione la denuncia di quell’illusione, così acriticamente propagandata dai media, secondo cui i Giudici sarebbero stati la salvezza della Nazione.

Così oggi noi registriamo: “Non dipendevamo dalle leggi, ma dagli umori.

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