Il nutri-score non è un complotto contro il made in Italy. È molto peggio

È la più compiuta manifestazione, fino ad oggi, della retrocessione dell’alimentazione da fatto culturale a realtà puramente biologica

Magari il nutri-score da stampare obbligatoriamente sulle confezioni degli alimenti fosse un complotto della burocrazia Ue contro il cibo italiano e i prodotti del made in Italy: è molto, molto peggio. È la più compiuta manifestazione, fino ad oggi, della retrocessione dell’alimentazione da fatto culturale a realtà puramente biologica; della riduzione della salute da concetto olistico che integra tutte le componenti della persona umana (corpo, psiche, relazioni sociali, memoria storica, dimensione spirituale e simbolica) a concetto materialistico incentrato sulla pura efficienza fisica dell’organismo dell’individuo.

Semafori verdi e rossi

Il sistema di classificazione e di etichettatura delle confezioni dei prodotti alimentari in base a cinque lettere dalla A alle E e soprattutto sulla base di cinque colori di ispirazione semaforica che vanno dal verde al rosso è già in vigore, sotto varie forme, in paesi europei come la Francia (dove qualche anno fa il sistema è stato elaborato), il Belgio, la Spagna, la Germania e la Svizzera, paesi dove in alcuni casi la scelta del consumatore per l’alimento ricco di fibre e povero di grassi e di zuccheri è premiato con sconti alla cassa. Adesso si vorrebbe, a livello di Unione Europea, standardizzare la pratica e imporla a tutti i paesi; anche a quelli, come l’Italia, che si limitano a imporre l’obbligo di scrivere sulla confezione la composizione e la grammatura degli ingredienti presenti, senza semafori verdi o rossi che consiglino o sconsiglino l’acquisto in base al criterio di ipotizzati vantaggi o danni per la salute.

Farci sentire in colpa

È evidente che è andata persa, o è stata fortemente degradata, l’idea che l’alimentazione, negli esseri umani, è un fatto interamente culturale: essere europei vuol dire mangiare Parmigiano Reggiano, prosciutto di Parma, salame e altri insaccati da semaforo rosso in Emilia, prosciutto Pata Negra in Spagna, moules et pommes frites (cozze in umido e patate fritte) a Bruxelles e a Parigi, fish and chips (pesce fritto e patate fritte) a Londra e a Dublino, chucrute alsaziana (crauti acidi, wurstel, salsiccia e grasso d’oca) a Strasburgo, spaghetti alla carbonara (col pecorino romano e il guanciale, entrambi semaforo rosso) a Roma, krapfen tutto burro, zucchero e crema bavarese a Monaco e a Berlino, Sachertorte con una glassa di cioccolato fondente che non finisce più a Vienna, ecc. Nel momento in cui si rendono obbligatori simboli visivi che segnalano un pericolo nel consumo di questi beni di Dio, si fa sentire in colpa l’uomo europeo per la sua identità, si dichiarano poco sane le storie nazionali, si impone un criterio biologista per valutare le tradizioni alimentari e i significati simbolici che in esse sono affermati. Dunque ci si intromette nel giudizio sul senso della vita. 

Facciamoci delle domande

Quest’ultima è la cosa veramente grave. I nutrizionisti francesi che, col sostegno del loro governo, hanno avuto la bella idea di escogitare questo meccanismo repressivo che ora si vuole generalizzare all’intera Europa, portano su noi esseri umani lo stesso sguardo che porterebbero sui nostri animali domestici. Ci trattano esattamente come il gatto o il cane di casa, che hanno bisogno di una dieta equilibrata per mantenere elastici i loro movimenti e campare a lungo. Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che la vita non è un fine in se stessa, ma è vita umana nella misura in cui riconosce un senso e afferma ideali che stanno al di là del biologico. È meglio vivere 80 anni uscendo settimanalmente a bere con gli amici o 90 anni consumando acqua depurata, inevitabilmente nella solitudine del soggiorno di casa? È meglio avere a pranzo la domenica i figli diventati adulti allettandoli con la prospettiva di lasagne al ragù e besciamella e di cancerogena carne alla brace o scoraggiarli con salutistici piatti di tofu e di riso in bianco, che ispireranno i più svariati pretesti per non accettare l’invito? È meglio mangiare la piadina romagnola allo strutto che riaccende in te la memoria dei tuoi morti meglio di quanto le petites madeleines imbevute nel té ridestavano il ricordo del tempo perduto in Proust, o la recente piadina di farina integrale che avrebbe incontrato disgusto e disapprovazione nello sguardo della tua cara nonna?

Nuovi maestri d’etica

Per chiunque dovrebbe essere facile rispondere a queste domande, che invece mettono in imbarazzo nutrizionisti e dietologi del giorno d’oggi. I quali si difenderanno affermando che loro non vogliono proibire niente, ma solo segnalare che certi alimenti vanno assunti con moderazione se si vuole preservare la propria salute. Difesa ipocrita e insostenibile. Intanto perché l’obbligo di etichettatura e l’uso di colori che significano permesso e proibizione esprimono senza ombra di equivoci la ratio dell’iniziativa. E poi perché abbiamo imparato a riconoscere da molto tempo la pretesa moralista degli scienziati contemporanei, ispirata dalla crisi delle visioni del mondo tradizionali legate alla religione e dalla loro sostituzione con i dogmi scientisti. Oggi infatti si cercano negli scienziati quelle certezze che non si trovano più nelle tradizioni spirituali e nella fede, e purtroppo costoro cedono alla tentazione e si propongono come nuovi maestri di etica.

Cos’è lo scientismo

Come scriveva un quarto di secolo fa Neil Postman nel suo sempre attuale Technopoly, è scientismo

«non solo l’uso errato di tecniche quali la quantificazione in risposta a interrogativi in cui i numeri non c’entrano; non solo la confusione fra il regno materiale e quello sociale dell’esperienza umana; non solo la presunzione dei ricercatori sociali di applicare i metodi e gli obiettivi della scienza naturale al mondo umano. Lo scientismo è tutto questo, ed è anche qualcosa di ancora più profondo: è la disperata speranza, il desiderio e infine la convinzione illusoria che un insieme standardizzato di metodi chiamato “scienza” possa costituire una fonte ineccepibile di autorità morale, un principio sovrumano che risponda a domande come: “Cos’è la vita, e quando, e perché? Perché la morte e il dolore? Cos’è bene e cos’è male fare? Come dovremmo pensare, sentire e comportarci?” (…) Chiedere alla scienza, aspettarsi dalla scienza, accettare supinamente dalla scienza le risposte a queste domande: ecco cos’è lo scientismo, la grande illusione del tecnopolio».

Morire sani come pesci

La scienza ti dirà che il tuo corpo funziona come una macchina, e come una macchina ha bisogno di manutenzione e della disciplinata applicazione delle procedure previste dalle istruzioni per l’uso. Finirai per pensare che sei una macchina, e ti tratterai come tale. Così morirai a 96 anni, sano come un pesce, arido come il deserto, povero di esperienza umana come il computer con cui cercavi l’ultima lista di cibi salutari ma anche saporiti che il nutrizionista di turno aveva steso per tutti gli internettiani.

P.S. Se proprio volesse rendersi utile, la burocrazia bruxellese dovrebbe rendere obbligatoria un’etichettatura dove il colore della speranza – il verde – connotasse le produzioni locali e a km zero, e il colore dell’allarme –il rosso – identificasse le importazioni transcontinentali; dovrebbe obbligare la grande distribuzione a promuovere il consumo di ortaggi e frutta di stagione e a disincentivare gli acquisti di prodotti fuori stagione. Ne trarrebbero giovamento la salute, la protezione dell’ambiente, il ripopolamento delle nostre campagne, il senso di appartenenza al territorio e il rapporto fra le generazioni.