Il mio babbo Claudio Chieffo che riesce ancora a “farmi sentire come nato ieri”

A cinque anni dalla scomparsa del grande cantautore, pubblichiamo una lettera del figlio Martino. “Mi piace cantare le sue canzoni, perché è l’occasione in cui le canzoni sbattono contro le persone e generano un incontro”

Un poeta sì, e un cristiano. Il fatto, però, è che mi manca mio padre. Da 5 anni, mi manca mio babbo. Al di là di tutte le cose belle che di lui si possono scrivere. Al di là di tutte le cose belle che lui ha scritto.

Mi manca quell’uomo con le sue auto scassate, tutte di 4° o 5° mano, a GPL, tutte “grandi occasioni” che poi si rivelavano fregature perché dopo pochi mesi ogni volta che ti fermavi ad un incrocio si spegnevano.

Mi manca quell’uomo buono, genuino e ingenuo (naif direbbe Gaber), con tutte le fregature che ha preso. Quando diceva “no, lui è un amico, di lui ti puoi fidare” ottanta volte su cento “l’amico” ti tirava un pacco (a parte quelli veri).

Quell’uomo che pur non essendomi rivelato io il figlio che aveva in mente e pur non capendo le mie scelte mi accompagnava, prendendo su e portandomi (con una delle famose auto d’occasione) fino a Linate per prendere un aereo e andare a fare l’Erasmus.

Quell’uomo che, talvolta sorridendo, talvolta con sguardo preoccupato e talvolta involontariamente allibito, ascoltava i miei “progetti” e, a suo modo, faceva qualcosa affinché io potessi perlomeno provarci.

Il fatto è che mi manca proprio mio babbo, come manca a tutti coloro che lo “perdono”, non importa a che età.

Si dà il caso che il mio babbo poi avesse oggettivamente un dono speciale (ma ogni padre, giustamente, ne ha uno agli occhi del figlio). Il dono di scrivere cose come “Ma Tu, Tu solo puoi, riempire il vuoto della mia mente, aprire il cuore di chi non sente. E poi giocare, coi miei pensieri, farmi sentire come nato ieri.” (Liberazione n. 2). E quel tu cui si rivolge è Dio. Non è un tu generico e non è un Dio generico, è il suo Dio. Quello cui desiderava correre incontro alla fine del suo viaggio.

Qualche settimana fa, dopo un concerto, una ragazza quasi piangendo mi ha chiesto di spiegarle meglio quel ritornello (di Liberazione n. 2). Lei pensava che dicesse che Dio si prende gioco dei nostri pensieri, come ci si può prendere gioco dei pensieri semplici di un bambino, considerandoli poco importanti. Ho cercato di spiegarle che la canzone dice esattamente il contrario ma non trovavo il filo e alla fine ho potuto solo abbracciarla forte. Solo rientrando in auto di notte ho trovato le parole giuste.

Ora, io non ho la fede assoluta che aveva lui in questo Dio. Anzi sono ancora un po’ arrabbiato con questo Dio che, se aveva ragione mio babbo, lo ha scelto come un privilegiato donandogli la malattia e poi chiamandolo a sé. “Ok ok lo so che capisci ma sono io che non capisco cosa dici” … “ma chissà se cambierà oh non so se in questo futuro nero buio forse c’è qualcosa che ci cambierà” (Henna – Dalla).

Mi piace pensare che “mio padre in fondo aveva anche ragione” (L’avvelenata – Guccini) e mi piace pensare a Dio che gioca con i miei pensieri. Quei pensieri che sembrano schiacciarmi perché così cupi, inquieti, spesso angoscianti. Quante preoccupazioni, ogni pensiero è una preoccupazione. E tutto sembra sempre così ingarbugliato. Ma Dio vede il mio ingarbugliamento e, paternamente, li ascolta e ne sorride (così come spesso faceva mio babbo con me). E Dio giocando con i miei pensieri li sbroglia.

Ripeto, non ho la fede assoluta di mio padre, ma desidero fortemente che questo accada, che Dio possa giocare con i miei pensieri, ridando a tutto il giusto peso, sciogliendo i nodi che faccio, liberandomi. Facendomi “sentire come nato ieri”. Facendomi ogni giorno rinascere, con la libertà e la semplicità di un bambino. Facendomi rivedere il senso di tutto, fin da quando ero bambino. Donando un senso nuovo a tutto quello che è accaduto e che accadrà. Schiarendo il cielo cupo del passato e liberando presente e futuro dalle nubi “dei miei pensieri neri” (Un oceano di silenzio – Battiato).

Ecco perché mi piace cantare le sue canzoni, perché cantarle è l’occasione in cui le canzoni sbattono contro le persone, generano un incontro, tornano indietro nella domanda di una ragazza. E cantando insieme, tra parole nuove e strani silenzi scopriamo il senso.

Confido di riuscirci perché, come ho detto, mi manca mio babbo e un senso buono, tutto questo, lo deve avere.

tratto da martinochieffo.com