Il mestiere di vivere

Il singolare itinerario di un giovane professore di lettere che,
partito con pochi fidati compagni alla caccia del cervo bianco,
sulla strada per la Vienna asburgica di inizio secolo riscopre
le ragioni che tutte le mattine lo portano in un’aula di scuola

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Andrea Sciffo è un professore trentenne che insegna lettere al liceo. Ma l’unica lezione, se si accetta ancora l’inaudita pretesa che un libro possa insegnare qualcosa, che rincorre è quella di una tradizione (un ordine, ancora misterioso, forse, ma buono) persa sui banchi di scuola e ritrovata nel fitto di una trama di incontri letterari e umani. Percorsi da cui ripartire, quindi, sentieri, piste, carruggi di libri e uomini – che potrebbero ricordare “le viuzze che seguono i ciglioni” di Montale, ma questa “Cerca senza tempo” (ma nel tempo, in questo tempo) non si muove verso un “punto morto del mondo”, “l’anello che non tiene”, “il filo da disbrogliare che finalmente ci metta/nel mezzo di una verità”, ma dal centro della vita del mondo, di quel “grande arazzo” di cui non si conosce, ma riconosce l’ordito.

Monza-Milano-Vienna:
viaggio nel Lombardo-Veneto E Sciffo parte: alla mattina, in auto, con un fidato amico dalla natia e imperiale Monza alla volta della scuola dove insegna (e dove, pare assodato, alle sette e mezzo, in anticipo su tutti, anche sul custode, finisce per aprire i cancelli), lungo il percorso pendolaristico di migliaia di persone (vanno? vengono?) attraverso ex paesi, non ancora città, ma già periferie, e passa dal quieto profilo delle montagne lecchesi a quello congestionato delle strade metropolitane risalendo, per converso, i segni che lo riportano alle radici della sua città. È la Milano lombardo-veneta che, dall’abbruttimento postmoderno alle brutture del cosiddetto “miracolo economico”, dall’“inutile strage” della Grande guerra indietro, indietro fino ai tradimenti del Risorgimento, riporta alla Vienna di Joseph Roth e Franz Werfel, di Karl Kraus, Hugo von Hofmannsthal, Robert Musil, ultime voci della bimillenaria multietnicità di un’Austria felix che, dai Balcani alla Romania, per ultima ha saputo ricucire ferite aperte ancora oggi. Più che un esercizio di revisionismo, una mappa, la decriptazione dei “messaggi in bottiglia” di una tradizione che, come sottolinea Vittorio Messori nella prefazione, “nel fiume limaccioso delle infinite chiacchiere”, possa ancora rappresentare un bollettino ai naviganti (se non naufraghi) per gli odierni compagni di viaggio.

Troppi professori e 2 maestri Il trentenne Sciffo raccoglie il testimone di una generazione travolta prima dall’onda lunga della retorica professorale sessantottarda e settantasettarda (“Compagno, dacci la linea”), poi dalla risacca (riflusso, lo chiamavano) di un’euforia bocconiana e paninara (“Fratello, gimme five”). In effetti non trattiamo di uno zibaldone, una silloge, un centone, un’antologia di belle letture: la “Cerca senza tempo”, in realtà, è un invito allo studio a un fratello minore (perché non a un collega?) da parte di chi, trovatosi ormai in cattedra ha scoperto che, per poter insegnare, è necessario avere dei maestri. Ed ecco gli incontri senza i quali non sarebbe stato neppure possibile comprendere, troppo lontane, le voci di un mondo e di un ordine scomparso: l’incontro innanzitutto con Mario Marcolla, esempio unico nel panorama giornalistico ed editoriale italiano di pensatore autodidatta formatosi in anni di lavoro in fabbrica e di studio notturno e, forse per questo, capace di attraversare gli anni Sessanta e Settanta senza farsi irretire da nessuna ideologia; ed Eugenio Corti, autore di quel “Cavallo rosso” tradotto e letto in tutta Europa, in Asia come in America fino a diventare un autentico caso letterario.

Atene-Mosca-Londra: sempre verso casa Attraverso la Brianza e al seguito non di uno, ma di ben due Virgilii, il viaggio di Sciffo si snoda dalle radici classiche e cristiane (il primo titolo dell’opera doveva essere “A caccia del cervo bianco”, a sottolineare proprio la ricerca e la riscoperta consapevole delle proprie appartenenza cristiana, raffigurata nel mitico animale) della cultura occidentale: Platone, Aristotele, Sant’Agostino, San Tommaso; da Dante fino alle “Tracce” moderne di quell’“ordine cristiano” che in Simone Weil, come nei russi Solov’ev, Solzenicyn e Mandel’stam, nei tedeschi Carl Schmitt e Josef Pieper, in autori anglosassoni come G.K. Chesterton, T.S. Eliot o negli statunitensi Russel Kirk e Flannery O’Connor fino a Giacomo Noventa, Emanuele Samek Lodovici, Augusto Del Noce, Rodolfo Quadrelli ha trovato le ultime voci capaci di interpretare la storia e perfino (incredibile dictu) la cronaca più stretta. Perciò, se oggi non possiamo non dirci anticomunisti e antistalinisti (ma in materia di “strappi” è di singolare attualità la confessione che agli inizi degli anni ’80 Enrico Berlinguer rivolgeva a De Mita: “Non vorrei offenderti, ma per noi del Pci la proprietà privata è quello che per voi cattolici è il peccato originale”), come non condividere il giudizio di Corti su un’Italia e un’Europa che non possono non dirsi gramsciane: “Il peggior maestro è proprio Gramsci, il quale disprezzava il minuti popolo produttivo, cioè la nostra gente, confondendolo con i piccolo-borghesi, che guarda caso ora sono tutti a sinistra”. In fondo, un libro di e sulla scuola: istituzione mai così scalcinata e nello stesso tempo richiesta della sua fondamentale missione di trasmettere alle giovani generazioni la ricchezza di una tradizione negata e imprescindibile. Un libro sulla scuola nell’appassionata esperienza di un giovane insegnante che se guardandosi alle spalle deve constatare che “dei compagni della mia generazione, i più non ritornano”, volgendo lo sguardo ai volti di un popolo espressione della storia e della cultura di duemila anni di cristianesimo, non può non dire, con Novalis: “Dove stiamo andando? Sempre verso casa”.

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