«Il capolavoro di Andreotti nei processi per mafia, in cui logorò l’accusa fino alla assoluzione»

«Volevano marchiare la Dc e il suo processo fu tirato per le lunghe, pensando che sarebbe morto prima delle sentenze», spiega Paolo Liguori, giornalista ed ex direttore del Sabato

«Come si fa a descriverlo? Giulio Andreotti è stato 94 anni di storia italiana. Non si può ridurre a categorie». A rilevare l’unicità politica e umana dell’ex presidente del Consiglio morto ieri, è il giornalista Paolo Liguori, che da direttore de Il Sabato, settimanale “andreottiano”, lo conobbe da vicino. «Non fece mai alcuna pressione sul giornale. La sua era un’influenza indiretta. Come per tanti italiani, i nostri lettori lo avevano come punto di riferimento culturale, politico, storico».

Cosa si dovrebbe ricordare, fra tutto, dell’ininterrotta e lunghissima presenza di Andreotti in parlamento?
Ha lasciato tracce di sé nella storia di tutta l’Italia repubblicana: dal governo di larghe intese, con l’appoggio esterno del Pci, alla fine degli anni Settanta, alle frizioni con Craxi, alla vicenda Gladio, di cui rivelò in maniera unilaterale l’esistenza. Nessun altro paese aveva mai parlato prima delle misure dei paesi Nato in caso di rivoluzione o invasione comunista. Ma il suo capolavoro fu la difesa nei processi per mafia.

I processi ad Andreotti possono essere considerati simbolo degli anni Novanta? Del processo alla politica che aveva governato il paese fino ad allora?
In un certo senso, sì. Andreotti era il simbolo della Democrazia Cristiana, e su di lui, già anziano, si rovesciò un assalto giudiziario e mediatico con l’obiettivo di dichiararlo uomo mafioso e marchiare così la politica democristiana. Ma, con pazienza certosina, lui logorò l’impianto d’accusa giorno dopo giorno, tanto che il processo fu tirato per le lunghe, pensando che sarebbe morto prima delle sentenze. Lui non morì. Tranquillo, aspettò l’assoluzione. E alla fine fu assolto per prescrizione.

Quale fu la caratteristica politica più spiccata di Andreotti?
Mi hanno sempre colpito tre aspetti: la cultura dell’equilibrio, la ricerca della mediazione e del compromesso. Erano i tre baluardi della pratica politica della Democrazia Cristiana, e lui ne è stato l’interprete più efficace. Tanto da essere il primo politico, dall’epoca della guerra, a fare un governo di “larghe intese” con l’appoggio esterno del Pci. Oggi, di questi tre aspetti, e della loro necessità, se ne fa portatore un altro uomo politico che viene dalla stessa epoca di Andreotti, Giorgio Napolitano.

Le larghe intese, oggi, vengono propugnate da un ex comunista.
Napolitano infatti ha sottolineato che la cultura dell’equilibrio – verrebbe da dire, andreottiana – è ineliminabile dalla politica. Non è una cosa “mafiosa”. Non si può farne a meno. Oggi, dopo vent’anni di bipolarismo forte, dove si è giocato alla demonizzazione dell’avversario (di cui pure Andreotti fu vittima), soprattutto da parte della sinistra, si rende necessaria un’opera di riscoperta di questi aspetti, sollecitata anche in maniera molto dura dal Presidente della Repubblica.