Il Meeting in mostra

NON SOLO INCONTRI, NON SOLO POLITICA: AL MEETING PIACE RACCONTARSI COSì, CON I PANNELLI

Venticinque anni di Meeting. Un’occasione importante e per questo non poteva assolutamente mancare la sezione amarcord, un tuffo nel passato. Un passaggio nella galleria dei ricordi per scoprire che, in principio, furono le mostre. «Le mostre sono state una delle prime cose pensate per il Meeting – ci dice Sandro Ricci, direttore generale del Meeting –. Quando l’abbiamo ideato, abbiamo subito pensato al fatto che ci potesse essere, oltre agli incontri con i grandi personaggi, anche una parte espositiva. Non solo discorsi sulle cose importanti ma anche la proposta di una bellezza facilmente percepibile. Già nella prima edizione ci furono 10 mostre, ne ricordo in particolare due: quella dedicata al libro, che poi negli anni è diventata la libreria, ed una vera e propria mostra dedicata ai pittori anticonformisti russi. Cito la libreria come mostra perché l’idea iniziale era proprio quella di far “vedere” dei testi interessanti».
Agosto 1980, sbarcano a Rimini i pittori russi, un’esperienza quasi traumatica. «Mi viene da ridere pensando a quella prima mostra – continua Ricci – perché io, a quel tempo, facevo il volontario. La mostra arrivò in Fiera due giorni prima in maniera molto rocambolesca. Era la prima volta che realizzavamo un evento di questo tipo e nessuno di noi aveva la minima esperienza. I quadri arrivarono da Parigi con un camion, si trattava infatti di pittori appartenenti all’esperienza dei dissidenti russi. Per noi era un grandissimo evento ed eravamo tesi come se dovessimo esporre Van Gogh. Morale della favola: mi fu chiesto di dormire due notti in Fiera per sorvegliare i quadri».
Passano gli anni e le mostre diventano veri e propri eventi nella cornice del Meeting. «Già dalla seconda edizione migliorammo molto la qualità – continua Ricci –. Attraverso le mostre volevamo far vedere qualcosa e intanto fare affondi di tipo culturale. Per questo cominciammo a realizzare mostre fotografiche, ma anche di architettura, letteratura, scienza e tutto ciò che ci sembrava interessante per raggiungere il nostro scopo».
Anno 1985, la svolta. Al Meeting si realizza la prima grande mostra, un evento con la “E” maiuscola che segnerà significativamente gli anni successivi. «Nel 1985 compimmo un passo ulteriore: decidemmo di pensare ad una mostra che potesse rimanere aperta per più mesi e che precedesse o seguisse il Meeting, comprendendolo nell’inaugurazione o nella chiusura. La prima mostra di questo tipo fu “Gli Aztechi e le loro radici”: pezzi della civiltà meso-americana provenienti dal Messico. Questa occasione ha segnato il primo impatto del Meeting con il “vero” mondo delle mostre. Un impatto durissimo: la mostra aprì con 15 giorni di ritardo rispetto al previsto e il catalogo arrivò un mese dopo. Il risultato, però, fu impressionante: 70mila visitatori».
Giusto quindi prendersi un periodo di riposo. Il break dura 4-5 anni fino a quando, nel 1992, «allestimmo un’altra mostra sulle civiltà meso-americane: “Le città degli dei”. Da lì partimmo con una, due mostre l’anno, fino ad oggi».

UNA MOSTRA CHE DURA DA 24 ANNI
Oltre l’aspetto culturale le mostre rappresentarono un vero e proprio “sdoganamento” per il Meeting che, se prima poteva anche apparire come un contenitore politico velato di propositi culturali, con le mostre divenne un evento culturale a 360°. «Per fare queste mostre – riprende Ricci – fummo costretti ad entrare in rapporto con un mondo molto vario e di livello internazionale. All’inaugurazione della seconda mostra, ad esempio, vennero dei personaggi che ci diedero l’idea per la mostra successiva. A quella mostra sulla Siria, per esempio, venne Sabatino Moscati che ci diede l’idea di occuparci dei popoli italici, e così via. Le mostre ci hanno permesso di costruire una trama di rapporti che ci hanno aperto le porte dei più grandi musei del mondo. Ed oggi possiamo contare su una lista di enti con cui collaboriamo che comprende istituzioni tra le più prestigiose del mondo, che ci stimano e ci conoscono».
Ma la forza del Meeting è andata ben oltre. «A partire dagli anni Novanta, il Meeting cominciò a realizzare due tipi di mostre che duravano l’intera settimana: quelle di carattere didattico che trattavano un particolare tema attraverso pannelli, filmati o con piccole ricostruzioni, e le mostre di “pezzi”. In quel periodo, infatti, i musei ci prestavano, cosa unica, quadri o installazioni da portare dentro il contenitore fieristico. Cito a memoria. In quegli anni abbiamo esposto reperti archeologici provenienti dal Museo dell’Uomo di Parigi, sculture, un quadro di Guido Reni.
Ricordo che questo fu anche il periodo in cui il rapporto con un collezionista lombardo ci consentì di esporre opere d’arte della corrente concettuale provenienti dagli Usa. Si trattava di mostre veramente singolari. Ricordo una mostra di sassi che erano disposti sul pavimento della Fiera e una di lastre di rame che, quando la gente entrava a visitarla, usciva commentando: “Questa mostra non è ancora finita”».
Il passo successivo è stata rispondere alla domanda di coloro che, passando al Meeting, volevano poter riproporre le mostre di carattere didattico che avevano visitato. «All’inizio – racconta Ricci – cominciarono a chiedercele i centri culturali, le scuole, le università, gli assessorati alla cultura dei Comuni. Dopo tutto si tratta di mostre che si possono riproporre con uno sforzo espositivo molto limitato. Nel tempo, questo “giro di noleggi” è diventato così importante che abbiamo costituito una società apposita che, durante l’anno, cura il rapporto con queste realtà».
La domanda diventa d’obbligo: 24 anni di mostre, ce ne sarà una che amate più delle altre? «Più che una preferita, c’è una mostra che ha segnato più di altre il successo internazionale del Meeting. Era una mostra archeologica, “Dalla Terra alle Genti” che, in 5 mesi a Rimini, ha registrato 100mila visitatori. Dopo questo grandissimo successo molte persone che l’avevano visitata, anche dall’estero, ci chiesero di poter avere una versione didattica. Così questa mostra, in maniera totalmente inaspettata, ha girato tutto il mondo ed è stata tradotta in 9 lingue (anche cinese e giapponese). Succedeva infatti che le persone ce la chiedessero nella loro lingua madre. Noi la realizzavamo in formato elettronico e loro la stampavano in loco. Questa mostra è diventata un punto importante soprattutto per quelle comunità cristiane che vivevano in zone di frontiera. Per loro è stata l’occasione di mettere a tema la storicità di Cristo in contesti che, magari, erano tutt’altro che ospitali».