Il killer Breivik e lo scippatore Ciro. Impietoso confronto tra le carceri norvegesi e la «pattumiera sociale» italiana

Sul Foglio un articolo di Giuseppe Rossodivita paragona la confortevole cella dell’attentatore Breivik con la «pattumiera sociale» del carcere di Poggioreale, dove «solo il 30% dei detenuti non torna più a commettere delitti».

Il 20 per cento contro il 69. Numeri eloquenti, relativi al ritorno a delinquere di ex-detenuti dopo l’uscita dal carcere. Su questi dati si basa l’articolo apparso oggi su Il Foglio firmato da Giuseppe Rossodivita, consigliere regionale del Lazio in quota ai Radicali, per sostenere la candidatura della lista di Marco Pannella “Amnistia, giustizia e libertà”. La prima percentuale è quella norvegese, la seconda è quella italiana. «Anders Behring Breivik, l’attentatore di Oslo e spietato killer di Utoya sta scontando la sua pena nella Halden Prison in Norvegia. 252 celle dotate di ogni confort: tv, frigo e bagno con doccia, arte contemporanea alle pareti, palestra, laboratori, sovraffollamento inesistente, metà del personale costituito da donne, guardie disarmate. (…) Ciro Esposito, scippatore di Scampia, sta scontando la sua pena nel carcere di Poggioreale. Nell’ottobre 2012 era rimpinzato di 2694 detenuti per 1420 posti disponibili, 1280 in più del dovuto. Celle maleodoranti dove si ammassano 9 corpi quando potrebbero starcene 4, con l’umidità che fa cadere a pezzi l’intonaco che ancora resiste, un bagno per tutti, senza privacy persino nel momento intimo della defecazione, un bagno lurido che è anche cucina, dove l’odore del sugo e del caffè si mescola con quello delle urine e delle feci. Un’ora d’aria ogni 22 passate steso sulla branda perché per camminare non c’è spazio, un medico ogni 400 detenuti, 30 infermieri per tutto il carcere, 700 agenti, 18 educatori. Una pattumiera sociale».

Eppure di quei numeri non si parla mai: dietro alla scarsa conoscenza degli italiani c’è tutta «l’illegalità del sistema Italia, che è anzitutto illegalità del sistema dell’informazione pubblica in mano ai partiti», vittime di un sistema di disinformazione. Rossodivita lancia così il suo appello: «Agli italiani che invocano la forca o la pena perpetua o che dicono che il carcere è una beauty farm (Grillo) e che dunque va bene così lancio una sfida. Fare una Lista che espressamente punti a cambiare la Costituzione, il codice penale, l’ordinamento penitenziario e che punti espressamente a far uscire l’Italia dai trattati e dalle convenzioni internazionali. Abbiano il coraggio di uscire dall’ipocrisia i Di Pietro, i Bossi/Maroni, i Grillo, i Fini/Giovanardi, gli Storace, i Berlusconi, e dicano che i loro partiti e movimenti mirano a cambiare la costituzione cancellando la funzione rieducativa della pena, dicano che i loro partiti mirano a sostituire nel codice penale la pena della reclusione, cioè la sola privazione della libertà, con la pena della reclusione accompagnata da quella della privazione del diritto alla salute, del diritto a vivere in ambienti salubri, del diritto al vitto decente, del diritto alla dignità dell’uomo. (…) Abbiano il coraggio i Bersani di cancellare l’art- 27 della Costituzione, che nello stabilire la presunzione d’innocenza dell’indagato/imputato fino a sentenza definitiva detta non solo una regola di giudizio processuale, ma anche una regola di trattamento di colui che viene sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere. Già, perché nel carcere di Poggioreale a ottobre del 2012, su 2694 detenuti, solo 922 erano quelli condannati in via definitiva, con statistiche che ci dicono che degli innocenti in carcere trattati come bestie – 1772 a Poggioreale – al netto dei suicidi, circa la metà verrà riconosciuta innocente in via definitiva».