“Il grande campo della vita”. Il nuovo libro di Fabio Cavallari (Tempi-Lindau)

Pubblichiamo uno stralcio del primo capitolo del libro di Fabio Cavallari “Il grande campo della vita” (Lindau, collana “I libri di Tempi”, prefazione di padre Aldo Trento). Il volume, in libreria dal 17 novembre, racconta protagonisti e storie dell’hospice dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, che festeggia i suoi primi dieci anni di attività.

Quando nevica Milano cambia aspetto, i rumori diventano un sottofondo e siamo costretti a prestare maggiore attenzione se vogliamo percepirli. Come d’incanto, al costante rumorio si sostituiscono i toni bassi degli spazzaneve o il silenzio attutito della coltre bianca. I passi diventano più leggeri anche se le gambe devono fare uno sforzo innaturale per muoversi normalmente. Angela stava compiendo il solito tragitto per andare a fare compagnia e ad aiutare i pazienti che non potevano avere accanto i familiari, per il disbrigo delle piccole faccende quotidiane. 

Così, lasciata alle spalle la città assopita, è salita come sempre al quarto piano. All’interno della clinica, il riverbero della neve caduta offriva una visuale inconsueta. I corridoi adornati da quadri sembravano richiamare a un mondo “altro”, forse meno suadente di quello che siamo abituati a frequentare, ma certo più carico di domande, interrogativi mai banali o confacenti al rito.

Lorenzo, il veterano degli infermieri, l’aveva avvertita quel giorno. Danilo, il paziente della 403, non desiderava compagnia. Era sempre solo e in più di un’occasione aveva manifestato la sua indisponibilità a incontrare persone al di fuori dei medici. Non è facile per nessuno, del resto, comprendere, interiorizzare diagnosi e prognosi.

Quindi Angela doveva limitarsi ad aiutarlo per il pasto. Nessuno, però, si aspettava che lei tentasse di stabilire un punto di contatto con Danilo. Le raccomandazioni terapeutico-assistenziali le aveva imparate alla perfezione. Il primo appunto che ogni volontario trascrive è proprio legato a quella libertà che il paziente ha diritto di esercitare. Sua è la decisione, sua è la facoltà di accettare o rifiutare visite. Regola numero due, non arrendersi a quell’invito esplicito, come fosse una firma in calce, ma tentare di entrare in relazione con la persona che sta al di là della porta. Non lasciarsi intimidire da un rifiuto secco o non insistere oltre il dovuto, in verità, sono azioni che richiedono esperienza, vita vissuta, comprensione del luogo che si sta abitando. Un equilibrio sempre precario che non è mai possibile applicare con chiunque o assumere come metodo operativo standard.

Un po’ di luce?
Pensieri che tornavano a riaffiorare in quegli istanti precedenti l’incontro. Lorenzo l’aveva accompagnata sull’uscio e presentata in fretta. Molti pazienti portano foto, effetti personali, una maniera per continuare a percorrere la propria vita, seppure dentro altre mura e destini sconosciuti, nel quotidiano dell’Hospice. Danilo no. Aveva deciso di attendere. Lì, in parcheggio. Forse l’ultimo. Senza chiedere nulla, dare nulla, pretendere niente se non il silenzio. Anche la tv, che per molti pazienti diventa un sottofondo che scandisce la giornata, nella camera 403 era sempre spenta. Le tende chiuse e l’oscurità una costante.
Posso fare entrare un po’ di luce?
Sì prego. Se proprio ci tiene…
Ha ripreso a nevicare! Da anni a Milano la neve non scendeva con tanta intensità. Vuole guardare?
Ma cosa vuole che mi interessi se nevica o meno! Se c’è il sole o se grandina! Fuori nevica ma io sono già morto, il mio corpo inizia ad assomigliare a quello di un cadavere. Crede che possa interessarmi una perturbazione meteorologica? Crede che la nevicata più grande del secolo per me potrebbe significare qualcosa?! Che abbia una qualche rilevanza per la mia vita!?!

Il tono di Danilo si era fatto alto, quasi potente nonostante la voce negli ultimi mesi fosse diventata simile a un sottile soffio di vento. Il viso incarnato dentro quello sfogo aveva messo in evidenza tutta la debolezza, la paura, la solitudine. Angela si era sentita sprofondare, senza scuse, attenuanti, parole consolatorie. 
Mi scusi signor Danilo. Mi scusi davvero. Non volevo offenderla, infastidirla. Non mi permetterò mai più. La prego di accogliere il mio rincrescimento. Non volevo… Perdoni la mia stupida loquacità.

Del resto, la nevicata più importante degli ultimi cento anni non avrebbe modificato davvero nulla per Danilo. Era rimasto solo. La sua vita non stava finendo in quei giorni, tutto era diventato privo di significato ben prima, quando ancora le gambe reggevano le salite e la voce poteva tuonare fragorosa. Non aveva paura di quel cancro che lo stava divorando, ma a distruggerlo era il senso di solitudine, il non aver più accanto una persona da difendere, proteggere, accarezzare. Tutto era finito dopo il funerale di sua moglie. Quel giorno era morto anche lui. Ora si trattava solo di lasciare che il male compisse per intero il suo corso, che la vita lo salutasse. Non aveva parenti prossimi, nessun figlio cui lasciare il testimone.
In quel frangente in camera portarono il carrello con il cibo. Angela sistemò tutto per il pranzo, in silenzio, cercando di mascherare il senso di inadeguatezza che l’aveva colta. Il sorriso era rimasto dolce. Non c’era compatimento o pena, nello stare accanto a quel letto. Solo un senso sottile di sconfitta, la sofferenza di un altro uomo che si era impadronita del suo intimo.

Quell’affetto senza pretese
Così, con delicatezza, quasi soppesando ogni movimento, rimuovendo giudizi e reazioni, come in una dimensione sospesa dove battito e respiro chiedono ascolto, Angela si è messa a servizio, prestato la sua presenza come offerta. Solo al termine del pranzo, Danilo si è accorto di lei, quando la porta si stava socchiudendo di nuovo. In quel momento, quando il cambio di scena stava per consumarsi, all’improvviso comprese il senso più profondo che solo il grande abbraccio della gratuità è in grado di donare.
Perché tanta dedizione? Non erano amici, fratelli, non c’erano legami di sangue che li univano. Eppure quella donna si era accostata a lui con la materna dedizione di una madre, la silente premura di un padre, il sorriso amico di un vecchio compagno di strada.
L’uomo, seduto, l’ha guardata incuriosito, come se la stesse vedendo per la prima volta. Come aveva potuto quella donna rispondere in modo così pacato alla sua invettiva dura, tagliente? Gli occhi si sono incrociati e la sua voce si è rasserenata, quasi pacata.

Non mi chiami Signore. Va bene Danilo. Posso chiederle un favore? Può guardare se sta nevicando ancora? Se accosta bene la tenda forse riesco a vedere anch’io senza bisogno di spostarmi.
Angela sorrise.
Ha smesso. Non nevica più. Per fortuna… (quasi sottovoce) 
Bene! Così stasera potrà tornare a casa dalla sua famiglia senza problemi. Non è mai piacevole ritrovarsi in giro in auto con le strade sporche. Sono contento. Lo so che le giornate sono dure, e non solo per noi, ma anche per i volontari come lei. Sapere che almeno il problema neve è scongiurato è un pensiero in meno. Mi rincuora. Il Cielo ha rimediato alla mia poca sensibilità.

Così, nel giro di qualche minuto, anche quella stanza ha ripreso a pulsare. Non è scomparso il dolore, la fatica o lo sconforto, ma Danilo ha percepito, sentito oltre le parole, l’affetto, un amore senza pretese.
Non era più solo e questo valeva per lui più di qualsiasi discorso, del tentativo, spesso presente, di celare la realtà per rendere le giornate meno stringenti. Aveva bisogno di tutto, dalle esigenze più piccole a quelle più impegnative, di qualcuno che lo aiutasse nei bisogni primari, ma soprattutto di gesti non scontati, di un’attenzione che sapesse travalicare la questione clinica, gli aspetti medici e sanitari.