Il governo tiene famiglia e la capa tosta. Ma la realtà di più

Editoriale

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S’avanza un Veltroni in groppa all’Asinello a insidiare la poltrona del premier? Prenderà corpo la vendetta di Prodi per le vie di quell’Arturo dall’occhio di pecorella smarrita e il pizzo e il baffo arruffati? I movimenti che s’agitano nella maggioranza smarrita dopo le elezioni europeee, probabilmente si capiranno meglio nel corso dell’estate, stagione che, come insegna D’Alema, sembra essere la più appropriata per preparare colpi (bassi) di scena.

Gustiamoci nel frattempo l’ennesima sceneggiata di una leggina truffa sulla scuola e il conseguente ritorno del panda mannaro che prima approvò il gesto di carità pelosa che il governo chiama “passo avanti” nella parità scolastica e poi tornò a tremendamente minacciare la povera coalizione governativa dichiarando che “il Cdu è pronto a uscire dal governo”. Maura Cossutta, erede di tanta nomenklatura, ribadisce la ghignata: “embé, chissenfrega, il Cdu non esiste”. Lo capisce il grandissimo ex direttore dell’Avvenire: “Rocco, io la poltrona non la mollo”. Folloni almeno è onesto nelle sue grida manzoniane: “non c’è alternativa a questo governo!”. Che tradotto dall’eroico politichese significa “Tengo famiglia”. Da quante settimane andiamo ripetendo che proprio perché battuto alle elezioni, proprio perché non ha consenso a livello popolare, proprio perché non essendo passato dalle urne questo esecutivo (per quanto si ribalterà e si rimpasterà) durerà fino al 2001? Lo ha detto chiaro e tondo Marini: “Il governo andrà a fine legislatura”. Perché? È evidente, no? I fritti misti che faticano a rappresentare anche se stessi – dai Buttiglione alle Bindi, dai Cossuta Boys alle Verdi girls, dai La Malfa Cip ai Boselli Ciop – debbono ad ogni costo mantenere la poltrona: è l’ultima strada di una vita politica ormai al tramonto. Una questione grave comunque rimane, e sta facendo perdere il sonno al Massimo leader. Il paese reale è altrove e l’autunno porterà aspre battaglie. Come credono di affrontarle? Ci stanno pensando a fondo con riunioncine e abboccamenti, con giri di walzer e furberie. Tutta la stampa democratica sta facendo al governo la respirazione bocca a bocca. Confindisutria e casa Agnelli sono mobilitate anch’esse, ma non è che possono fare miracoli se si scoprirà, come si scoprirà, che hanno un governo morto in casa, che l’economia rischia di andare a rotoli e che non si tira avanti con le buone intenzioni o con il decretino sulle morti bianche qua, quello sulle cinture di sicurezza là, gli oboli alla scuola al nord, le multe sulle sigarette al sud. Qui ci vuole un movimento politico nuovo, ci vuole, repetita iuvant, un sindacato che faccia correre la testa e smetta di paralizzare la vita della società, ci vuole una radicale riforma delle pensioni, il ritiro della sconsiderata legge sulla sanità, la parità scolastica, la fine della inaudita pressione fiscale. Insomma, tutto ciò che la sinistra governativa continua a promettere e puntualmente a riviare. Forse, nel caso di un miracoloso accardo sulla giustizia, qualche ragno dal buco si caverebbe fuori con una politica di grandi intese. Sarebbe miracoloso appunto, ma anche per questo, per dialogare con l’opposizione e ottenere il suo coinvolgimlento nelle questioni gravi del paese, servono atti, non diciamo coraggiosi, ma concreti, non voltafaccia e furberie È una vita che D’Alema vorrebbe diventare statista, chissà che abbia un’illuminazione estiva, ed esca da quella malinconia roussoiana, da quella sua saccente autonomia che respinge ogni realtà, perché la realtà non può portare niente di nuovo e la riflessione ha già anticipato tutto. “I fatti reali non mi tangono proprio” scriveva una piccola fiammiferaia illuminista del tempo del romanticismo tedesco “perché, che siano veri o no, li si può negare”. Non così può fare un governo alle prese con problemi come pensioni, scuola, sanità. Perché sarebbe la nostra, ma soprattutto la sua – non essendoci ancora un Khameney che si possa imporre per diritto divino – rovina.

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